17 novembre 2009

mammeggiando

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 15:39

Sarò matta, ma a me piace andare alle festine di compleanno dei quattrenni.

In queste occasioni, sbirciando, riesci a vedere com’è tuo figlio quando non è a casa solo con te; lo vedi com’è in mezzo agli amici, ai ‘rivali’, alle femminucce o alla confusione e questo è già un primo grande divertimento.

Non mancano in genere note di costume, esagerazioni ed effetti speciali da ballo delle debuttanti che meriterebbero a sé un vero trattato di antropologia. La festa di ieri invece, come molte altre, era una festa normale: le mamme erano mamme normali e quindi parecchio interessanti  nella loro varia normalità.

Le mamme, infatti, sono l’altro grande oggetto d’interesse in queste occasioni: quasi sempre ci sono solo mamme, raramente appare qualche papà se non per riportare la famiglia a casa a fine festa.
Ma meglio così perché noi mamme, fra mamme, mammeggiamo.

A un certo punto, quando i bambini hanno preso il via e il rumore rende indistinguibili le voci nel recinto di là, nel recinto di qua si formano i gruppetti, e si fanno due chiacchiere.
Queste chiacchiere sono il mio più grande divertimento: c’è la mamma depressa “eh, si tira avanti”,  la mamma separata che chiama l’ex marito “quell’essere” ma è  nella  fase sovreccitata “ho un nuovo fidanzato, moooolto giovane sapete? quasi ho voglia di fare il terzo!!!”, la mamma giovane, bella, silenziosa e educata “oh fai l’architetto? anche d’interni? che bello io adoro i mobili e gli accostamenti” (!!?), la mamma ciellina rigorosamente senza trucco con maglione sformato e Birkenstock,  la mamma di sinistra mediosofisticata e con una spocchia in compenso altissima “bisogna considerare l’emotività del bambino”,  l’adulatrice “e tu quando lo fai il secondo che sei ancora così giovane?”, molte altre tipologie tutte diverse e una schiera di figure accessorie del genere: nonne energiche, tate variopinte, fratellini annoiati.

Ad alcune conversazioni partecipo attivamente evitando sempre discorsi troppo impegnati, possibili generatori di  imbarazzo; dopo qualche esperienza ho verificato che gli argomenti tabù assolutamente da aggirare alle festine sono: matrimonio/convivenza, religione si/religione no, scuola pubblica/privata e la politica in genere. Quindi si parla di vita quotidiana di corsi, di gravidanze di bambini e a volte anche di lavoro.

Cerco di parlare con tutte ma purtroppo, alla fine, di alcuni discorsi riesco a captare con mio grande  rammarico solo qualche frammento.

Sono sempre impressionata dal livello di professionalità esibito in queste occasioni, tutte mi sembrano mamme “con il diploma”, donne che sanno darti risposte su qualsiasi argomento riguardi i pargoli, l’elementare migliore, i corsi di musica, di judo di calcio, le tate (sempre pessime), le colf (anche peggio), la sezione da evitare, lamentandosi continuamente delle scarse attività proposte agli amati bambini dalle educatrici della materna; che vorrei ricordare si spupazzano 27 amorini urlanti tutto il giorno, tutti i giorni per molte ore, con un rapporto 1/27!
Sono mamme manager tutte armate di agenda, segnano cellulari, scrivono appunti e bisogna lottare per non ritrovarsi coinvolte in una miriade di appuntamenti pomeridiani nelle settimane successive.

Festina dopo festina qualcuna fa intravedere anche il suo essere donna, moglie, compagna, nostalgica ragazza (la maggioranza sfiora la quarantina da sotto o da sopra) o si abbandona a qualche confidenza.

Poi torta, tanti auguri, applausi, apertura rituale dei regali, si chiamano i nomi dei bambini una, due, tre, quattro volte, si reinfilano cappotti su braccia di bambini svogliati e ci si avvia verso casa carichi di palloncini a preparare la cena.

Capita poi come ieri che, sulla via del ritorno, riceva sms firmati “mamma di A.” o “mamma di F.” – scusami dimenticavo magari prendiamo un caffè una mattina? – o – ti andrebbe di fare due chiacchiere noi due un pomeriggio? – che somigliano a timidi messaggi di sos lanciati in mare in una bottiglia e  mi mettono addosso un leggero velo di malinconia.

16 novembre 2009

La voce a te dovuta

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 11:04

[...]
Al di là di te ti cerco.
Non nel tuo specchio
e nella tua scrittura
nella tua anima nemmeno
Di là più oltre.
[...]

(Pedro Salinas)

15 novembre 2009

ABC

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 15:35

Ormai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B. fino all’ultimo non mi abbia perdonato
Perché C. fingesse che fosse tutto a posto
Che parte avesse D. nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa

Perché G. facesse finta, benché sapesse bene
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io c’ero, lì accanto,
avesse un qualunque significato
per J. per K. e il restante alfabeto.

da: ” Due punti ” di Wislawa Szymborska

14 novembre 2009

massimi sistemi minima leggerezza

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 12:12

sillogismo :

se la competizione
la sorte
la maschera e la vertigine

sono gli elementi fondamentali del gioco (cfr Caillois)

e questi stessi elementi sembrano essere i direttori delle nostre azioni

la vita allora sarebbe un gioco ?dadi

12 novembre 2009

Torture

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 19:12

Vorrebbe strapparsi il cuore dal futuro.

Elias Canetti (La tortura delle mosche)

11 novembre 2009

la magrezza

Archiviato in: Senza categoria — Shannafra @ 18:52

essere magra mi ha sempre fatto provare un grande senso di precarietà, la sensazione di essere in balìa di un colpo di vento.

Quando lo sono stata meno mi sono sentita ancorata a terra, ferma sulle mie gambe aiutata a esistere dalla stessa forza di gravità.

10 novembre 2009

sorellitudine

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 22:54

allora adesso dovrei scrivere un post sulla sorellitudine che è bella solo che l’ha già scritto la fata che la sorellitudine è bella e farlo bene come la fata è difficile.

La sorellitudine è bella anche se una ci ha una sorella antipatica come la mia, ecco.

Antonio

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 18:17

Ogni sera esco dallo studio, attraverso il buio corridoio che porta alle scale di questo strano grande condominio che chiamiamo ” il falansterio “, nell’ atrio incrocio qualcuno degli innumerevoli abitanti di ritorno a casa, parole consuete passi ceduti  il freddo mi colpisce uscendo dal portone, mi imbacucco indosso le cuffie dell’ipod, pigramente lo accendo senza neanche cambiare musica e mi avvio anche io come gli altri verso casa.

Un isolato a destra un paio a sinistra, attraverso quella parte di milano che mi separa dalla nuova casa in cui mi sono di recente trasferita, il passo è veloce in pochi secondi gli occhi vanno a terra e i pensieri in alto lontano .

Tutte le sere quasi a metà strada una voce mi fa uscire dall’ipnosi della camminata, ‘buona sera, buon rientro francesca’ sono già lontana quando, mi giro e alzata la testa riconosco la figura e il viso di Antonio, il lattaio del quartiere, che sorridente mi saluta come sempre alzando la mano, faccio il solito cenno da sordo muta, un sorriso imbarazzato e penso:  che stupida, domani lo devo salutare io Antonio per prima  non deve essere sempre lui a svegliarmi, domani non starò ancora rapita nei miei pensieri, domani lo vedrò.

8 novembre 2009

cose per cui vale la pena vivere – Lubitsch – Vogliamo vivere

Archiviato in: "cose per cui vale la pena vivere" — Shannafra @ 22:30

e poi dicono che i riferimenti di Tarantino stanno nel B movie

7 novembre 2009

disagio statistico

Archiviato in: Senza categoria — Shannafra @ 10:30

Tempo fa, tornando da una trasferta lavorativa in Puglia, incontrai in aereo un signore simpatico, con piglio da imprenditore brianzolo, che appoggiato il giornale al tavolinetto, dopo pochi convenevoli, mi raccontò di getto e senza reticenze le sue ultime vicende sentimentali.

Risultava che la moglie, come nel perfetto copione di un filmetto di serie B, lo aveva di recente abbandonato per fuggire felice con il maestro di sci conosciuto durante l’annuale settimana bianca, generosamente offerta dal marito.

L’ometto non sembrava privo di senso dell’umorismo, la cosa che lo indispettiva maggiormente di tutta la vicenda, mi disse, era che i fatti lo catapultavano suo malgrado e contemporaneamente in varie odiose categorie statistiche: “separato”, “vittima di un tradimento” (con rispetto parlando), “pirla” e molte altre liste minori forse ai suoi occhi, eppure pensai, non meno importanti ai fini scientifici.

All’arrivo a Linate la mia nuova conoscenza mi propose un passaggio a casa con l’autista e al mio cortese  rifiuto, condito dalla minacciosa descrizione di un gelosissimo fidanzato di origini sarde rispose ostentatamente offeso con un baciamano blasè durante il quale mi infilò uno strano bigliettino da visita di un noto aeroporto sportivo vicino a Milano in cui il suo nome compariva con la qualifica di “pilota provetto e possessore di proprio velivolo”, per il quale, lo ammetto, dovetti trattenere le risate.

Il bigliettino finì diritto nel cestino dietro l’angolo insieme al ricordo dell’attempato pappagallo.

La conversazione però mi fece riflettere sul fatto che tutti noi proviamo uno strano disagio se pensiamo di appartenere all’insiemistica della vita, nessuno vuole ammettere di essere “abbandonato”, o “traditore” o “perdente” cerchiamo sempre una  sfumatura che renda eccezionale la nostra personale vicenda rispetto alla banalità degli altri, di tutti quegli ometti che popolano il mondo e che con ogni loro azione per tutta la durata della loro vita, ininterrottamente, inconsciamente, inesorabilmente ricadono nella terribile definizione di un dato statistico.

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