Sabato sono andata ad una affumicata, che ho un amico che è bravissimo e invita tanti amici diversi e che non si conoscono e dice che fa una grigliata ma in realtà fa una affumicata, cucina tante cose buonissime con il pollo brulè che è una di quelle cose rare bruciate fuori e crude dentro che vi assicuro che è buonissimo.
Questo amico ha un consulente meteorologo e riesce a fare le affumicate sempre quando piove e questa cosa crea una piacevole agitazione e tanti dolori alle ossa per l’umido.
Comunque, lui questa volta aveva invitato una trentina di persone come al solito che non si erano mai viste per lo più e io ad un certo punto sono capitata seduta vicina a una ragazza (dico che alla mia età siamo ragazze) di quelle simpatiche proprio che piacciono alle femmine a anche ai maschi da quanto fanno sbellicare dalle risate quando parlano, ma questa volta era seria.
Stava raccontando che era stata malissimo che le faceva molto male un braccio questa estate e che non riuscivano a guarirglielo, e che una sera si era addormentata tutta accartocciata abbracciata al cuscino dolorante e aveva fatto un sogno.
Aveva sognato che qualcosa le tirava il braccio molto forte e che una mano le si posava sulla faccia …
A quel punto io, ipnotizzata dal racconto con la bocca aperta, vengo trascinata di sotto a prendere il tiramisù nel frigo e mi perdo un pezzo della storia, quando torno mi pare di capire che in sogno era arrivata la sua mamma, che non c’è più , e che il giorno dopo si era svegliata guarita.
Nella comitiva c’era un’altra (sempre ragazza), che dai discorsi di prima si era capito che fa il medico e le dice con totale serenità – mi pare evidente, è stata la tua mamma a guarirti, tu hai un angelo- io rimango sempre più con la bocca aperta e non riesco neanche tanto a ridere ma penso in fondo che è una buona notizia davvero e che ora vado subito a disdire l’appuntamento dal medico da 300 euro, tanto basta chiamare la buon anima della zia Pina che ha sempre avuto la vocazione da crocerossina e visto che ci sono mi faccio lasciare anche un paio di numeri e mi vado a giocare quei soldini che ho risparmiato.
21 settembre 2010
chiamo la zia pina
7 giugno 2010
Aperti gli occhi appena
Amiche bambine: tramare, brigare escogitare, ridere fino a scoppiare per dare quel fatidico primo bacio al rispettivo “ragazzo” nello stesso posto e nello stesso istante quasi appoggiate allo stesso muro senza che apparisse l’artificio …
Aperti gli occhi appena, vedere il riflesso dei capelli biondi di lei vicinissimi e essere semplicemente felice.
(a Flo)
12 marzo 2010
A poil (nude)
Lo spogliatoio delle donne è un campo di guerra. Tutte fanno finta di no ma si guardano e si spiano continuamente a vicenda. Tutte si guardano e si riguardano allo specchio con sguardo critico o invidioso con sguardo benevolo, con sguardo cieco.
Nello spogliatoio delle donne tutte vanno in giro sempre nude e parlano in continuazione
Una deve andarsi a pesare dall’altra parte della stanza? Si copre almeno con un’asciugamanino da bidet? Non ci pensa proprio, ci va nuda e mentre ci va si specchia e cerca di vedersi dietro a rischio di svitarsi la cervicale. Guardi e pensi ti guardano e pensi tutte si guardano e pensano, i pensieri si sentono e si mischiano ai discorsi:
“questa ha più seno meno culo più grassa meno grassa troppo magra; io sono più depilata meno depilata quella ha ben 3 tatuaggi di cui uno sbiadito che schifo non lo farei mai e due piercing e magari poi chissà che razza di biancheria si mette ora vediamo se ci azzecco avrà cinquant’anni anni vorrei proprio vedere. Ma poi forse a lui piacerei più così chissà se a lui piacerebbe. Magari porta uno di quei cosi lì come si chiamano che non si capisce perché li porti tanto cosa coprono cosa proteggono quei cordini? Aspetta che guardo da dove lo infila sarà mica igienico eh ecco si beh però non le sta neanche bene anche se per la sua età. Che poi perché si mette una cosa così che si capisce anche che è scomodo come minimo ha l’amante che una non si mette così per un marito.
Poi ti giri e c’è la fiera del pizzo che neanche a Sangallo chissà quanto le è costato però mi piace quello lo metterei .. eh vabbè tutto imbottito poi che non c’ha niente o meglio ce l’ha ma che brutte che io almeno eh tutta natura alla mia età. E poi va bene finalmente la lezione è finita che galera oggi quella istruttrice abbiamo sudato per fortuna dopo ci siamo anche ripassate nella sauna e poi ci siamo buttate nell’acqua gelata che fa bene e ci credo che fa bene che io ci resisto solo un secondo, vabbè lì c’è scritto tre minuti, ma io non ce la posso fare. E siamo lì nello spogliatoio dopo la doccia che c’è quella che ci sta un’ora intera nella doccia e usa quarantadue prodotti che roba strana che io quelle bottiglie mica le ho mai viste … e poi quell’altra l’ho vista che usava il silkepil c’è scritto non depilarsi ma quella deve depilarsi per forza qui non può depilarsi a casa sua ma poi guarda che schifo è vero ora le giovani si tolgono via tutto che ai miei tempi non si usava e poi quanto si depila chissà che male ah io no io sono per il naturale si che depilarsi troppo fa male pure che depilarsi lo devi fare che sennò un uomo non te lo tieni eh si figurati adesso il mio uomo ama il pelo sisi risate sisi…
E poi lo sai la settimana bianca con quello lì eh si uno schifo mi ha lasciata in albergo tutto il tempo che io lo sai che ti dico ti dico che se li può mettere su per il culo i suoi sci che lo sai com’è gli uomini sono tutti uguali era già successo con quell’ altro che almeno quello si scopava bene ma dai veramente non mi ricordo sisi risate. E tu con tuo matito tutto bene si al solito o meglio non so non chiedo niente ma sta sempre al computer la sera fino a tardi che non lo so cosa fa ma preferisco non saperlo e poi tanto è lo stesso l’importante è che mi tratti bene e dai vedrai non è niente sono fasi eh si sospiro …
Ma e i figli si bene e tua madre ancora ricoverata eh no ma quella non l’ammazza nessuno piuttosto l’ammazza mio padre risate risate…
Certo che l’hai vista quella che è due ore che si fa la messa in piega in tanga? mah che poi si dai non è male ma non c’ha tette hai visto anche te poi è tre ore che si spalma creme e oli che non si respira qui dentro dalla puzza e ora vorrei vedere quanto ci mette a truccarsi e la differenza che c’è fra ora e quando esce che gli uomini che la guardano non lo sanno com’è qui e il trainer sbava che a me manco mi fila quando gli chiedo di spiegarmi le macchine mah …che poi sarà vero che quelle tette sono rifatte sarà vero o no a te chi te l’ha detto? risate risate …
Certo che hai proprio dei bei capelli lo sai ma che dico ma no che sono piena di bianchi massì che magari vengo da te e mi fai la tinta va bene dai così ci facciamo due risate e poi magari usciamo ci facciamo un giro facciamo strage di negozi di intimo anche noi risate risate e poi sai quant’è che non vado al cinema una vita dai mi porti e poi andiamo a berci una birra a condizione però che non si parli di figli ok solo di uomini risate va bene ci sentiamo ok dai è stato bello risate ok sai quante volte avrei vogli di mandare tutti al diavolo si … “
12 gennaio 2010
il quattrenne – la mimesi
Al quattrenne piace la carne, quando si mette a tavola quasi sempre chiede “che bestia è questa?” e noi, pollo, coniglio ecc… l’altra sera dopo essersi sentito rispondere “vitello” si è lasciato scappare un vago “poverino il vitellino”, poi dopo breve riflessione, attaccando la bistecca ha aggiunto “vabbè però è anche colpa sua, potrebbe imparare a mimetizzarsi così non vedendolo non potremmo farci le bistecche”
argomento chiuso
11 gennaio 2010
S.Elia (3) Gli Asinatti
U’ Cuticchio nel frattempo era andato in america con la famiglia in cerca di fortuna ma non aveva resistito; alla prima occasione aveva lasciato moglie e figli e tornato per una questione da sbrigare in paese non li aveva più raggiunti.
Ora la sera in estate raccontava le storie d’america o meglio della cittadina di provincia in cui era atterrato catapultato da S.Elia e del lavoro in fabbrica (in factory, le “fattorie” come le chiamava lui). Aveva lavorato qualche mese in una “fattoria di scarpe” e ne conservava un ricordo terribile. Raccontava con timore ancora vivo della difficoltà per orientarsi nei luoghi e fra la gente, della paura che non lo aveva lasciato mai.
I ”bleq”, i neri lo terrorizzavano, “mai prestare i soldi a un bleq, non li recupererai mai… e rischi anche di prendere tumpulate”; nei suoi ricordi tutto era grande, il freddo al di là di ogni immaginazione, ogni cosa ostile, la violenza e il sopruso sempre presenti, la nostalgia del paese insopportabile.
A quei tempi i miei genitori avevano trasferito a S.Elia la loro entusiasta passione per l’etnografia e avevano preso l’abitudine di registrare tutto quello che potevano sui nastri di un registratore “geloso”, il microfono lungo e cilindrico e la voluminosa cassettona con i tasti colorati era presente in ogni occasione; si registravano le canzoni, le poesie in dialetto, le preghiere dei vecchi, le storie del paese e quelle private, comprese quelle rocambolesche del Cuticchio. Il poveraccio mezzo ubriaco chiedeva a mia madre che gli teneva il microfono vicino alla bocca: “signora, ma questo cos’è ?”. E lei rispondeva con aria indifferente: “niente, non si preoccupasse, un bastone”. E così su quei nastri ancora oggi sono rimaste le storie del Cuticchio e di molti altri.
A volte melanconico raccontava di una misteriosa ed elegante signora palermitana che si faceva accompagnare a fare passeggiate in barca a remi. Nel suo ricordo idilliaco, la signora portava un cesto pieno di provviste e un fornelletto a gas; ad un certo punto del racconto lui elencava estasiato i manicaretti che lei gli preparava approdati sullo scoglio dopo essersi abbandonata con lui a improbabili amplessi amorosi.
Il ritorno dall’america del cuticchio fece ideare alla mente perversa del “barbiere” il suo scherzo capolavoro.
Una sera, dopo una lauta cena abbondantemente annaffiata dal vino, il barbiere fece credere al Cuticchio di essere in possesso di un telefono portatile capace di metterlo in contatto con la moglie in america. Approfittando della scarsa lucidità del malcapitato gli mise in mano un Walkie Talkie e lo obbligò ad arrampicarsi sulla montagnetta vicino alla crocetta della Madonnina con il pretesto che lì il segnale sarebbe stato indubbiamente migliore.
Affacciato su una scogliera a picco sul mare il Cuticchio guardava incredulo l’apparecchio che aveva in mano quando improvvisamente sentì una voce gracchiare dal trasmettitore e volle riconoscervi la moglie. Più la voce gridava, lo insultava dandogli del buono a nulla, più lui rispondeva furioso: “svergognata che ci fai alzata a quest’ora?”, “ma che tardi c’è il fuso orario cà è mattina scimunito”, “e buggiarda sei! io lo so che approfitti ca un ci sugnu per andare con gli altri”. I partecipanti al quel gioco del massacro facevano molta fatica a trattenere le risate ma nessuno riuscì a resistere quando il Cuticchio inconsapevole se ne uscì urlando con un geniale gioco di parole: “donna infame, una cosa non mi devi fare però, una cosa mi devi promettere, non mi devi fare gli Asinatti!! lo devi promettere, hai capito? mi devi dire: non ti farò mai gli Asinatti!”. Il timore del cuticchio era in definitiva uno solo, che la moglie lo tradisse se ne era fatto una ragione, ma che andasse con un “bleq” non era ammissibile, che tornasse in paese con un figlio del peccato non riconoscibile per questioni di “onore” lo metteva in una tale confusione da fargli confondere muli con asini e mulatti con “asinatti”.
(segue)
2 dicembre 2009
Piangere?
Piangere? Aspettare. Aspettare. Aspettato fino alla fine.
Creatura paziente, l’uomo. Creatura frenetica, l’uomo. Divorante, divorata creatura, l’uomo.
Elias Canetti
24 novembre 2009
il quattrenne letture serali e polemiche grammaticali

[...] “Era una bambina piccola e triste. Si chiamava Tiffany e stava andando a casa di una vecchia zia, perché era orfana” [...]
quattrenne: mamma, che vuol dire orfana?
mamma: vuol dire che non ha più la mamma e il papà …
quattrenne: ah, la vecchia zia era orfana?
mamma: no edo, è la bambina che è orfana e sta andando dalla vecchia zia …
quattrenne: e allora perché dicono che la vecchia zia è orfana?
quattrenne: non lo dicono edo, rileggiamo
[...] “Era una bambina piccola e triste. Si chiamava Tiffany e stava andando a casa di una vecchia zia, perché era orfana” [...]
quattrenne: a me sembra orfana la zia …
mamma: edo non ha senso, comunque se vuoi te la rileggo cambiando la frase
[...] “Era una bambina piccola e triste rimasta orfana e stava andando a casa di una vecchia zia” [...]
quattrenne: e Tiffany dov’è finita Tiffany? ora ho capito la zia forse si chiama Tiffany!
Alla fine, dissolta ogni certezza, ho avuto pena per questa vecchia zia Tiffany orfana di padre e di madre, chissà se anche per lei è tanto complicato leggere le favole la sera.
11 novembre 2009
la magrezza
essere magra mi ha sempre fatto provare un grande senso di precarietà, la sensazione di essere in balìa di un colpo di vento.
Quando lo sono stata meno mi sono sentita ancorata a terra, ferma sulle mie gambe aiutata a esistere dalla stessa forza di gravità.
7 novembre 2009
disagio statistico
Tempo fa, tornando da una trasferta lavorativa in Puglia, incontrai in aereo un signore simpatico, con piglio da imprenditore brianzolo, che appoggiato il giornale al tavolinetto, dopo pochi convenevoli, mi raccontò di getto e senza reticenze le sue ultime vicende sentimentali.
Risultava che la moglie, come nel perfetto copione di un filmetto di serie B, lo aveva di recente abbandonato per fuggire felice con il maestro di sci conosciuto durante l’annuale settimana bianca, generosamente offerta dal marito.
L’ometto non sembrava privo di senso dell’umorismo, la cosa che lo indispettiva maggiormente di tutta la vicenda, mi disse, era che i fatti lo catapultavano suo malgrado e contemporaneamente in varie odiose categorie statistiche: “separato”, “vittima di un tradimento” (con rispetto parlando), “pirla” e molte altre liste minori forse ai suoi occhi, eppure pensai, non meno importanti ai fini scientifici.
All’arrivo a Linate la mia nuova conoscenza mi propose un passaggio a casa con l’autista e al mio cortese rifiuto, condito dalla minacciosa descrizione di un gelosissimo fidanzato di origini sarde rispose ostentatamente offeso con un baciamano blasè durante il quale mi infilò uno strano bigliettino da visita di un noto aeroporto sportivo vicino a Milano in cui il suo nome compariva con la qualifica di “pilota provetto e possessore di proprio velivolo”, per il quale, lo ammetto, dovetti trattenere le risate.
Il bigliettino finì diritto nel cestino dietro l’angolo insieme al ricordo dell’attempato pappagallo.
La conversazione però mi fece riflettere sul fatto che tutti noi proviamo uno strano disagio se pensiamo di appartenere all’insiemistica della vita, nessuno vuole ammettere di essere “abbandonato”, o “traditore” o “perdente” cerchiamo sempre una sfumatura che renda eccezionale la nostra personale vicenda rispetto alla banalità degli altri, di tutti quegli ometti che popolano il mondo e che con ogni loro azione per tutta la durata della loro vita, ininterrottamente, inconsciamente, inesorabilmente ricadono nella terribile definizione di un dato statistico.


