18 dicembre 2009

S.Elia (1)

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 14:58

s.eliaSua madre aveva resistito; per anni il marito aveva tentato di convincerla a prendere una casetta in quel posto che gli piaceva tanto:  il paesaggio, la genuina atmosfera del paesino di pescatori, l’aria buona per le bambine insomma una forma di villeggiatura. Ma lei no, irremovobile, quel posto lo odiava e mai e poi mai sarebbe andata a vivere anche solo per qualche mese l’anno in una stanza al piano terra in mezzo a quelle persone note in tutta la zona per la loro arretratezza, senza l’acqua, senza niente e sola, a lavorare in casa  mentre ovviamente il marito sarebbe stato  al lavoro tutto il giorno. Già si vedeva in un inferno di corvèe circondata da figli, sorelle, cognati, nipoti, relativi fidanzati e amici che si sarebbero riversati da loro attratti dai piaceri del mare. La sua idea era chiara: con gli anni in paese qualche piccolo privilegio da signora lo aveva ottenuto e  mai e poi mai avrebbe fatto un passo indietro nella sua segreta battaglia per quelle che considerava briciole di emancipazione. Non cedette mai e ogni volta che si riprendeva il discorso lanciava una delle sue famosissime occhiate oblique e definitive: le bambine avrebbero preso  il calesse e al mare, allo stabilimento, ci sarebbero andate da casa tornando alla sera in paese, in un contesto “civile”.

La figlia invece, alla fine degli anni 60′, quando il marito animato dalle migliori intenzioni le propose la stessa identica prospettiva, con la scusa che il dottore aveva consigliato l’aria di mare alla figlioletta di due anni e motivata anche da sincera passione politica e sociale pensò che quella sarebbe stata una occasione vera per fare una vita semplice e sana in armonia con la sua famiglia circondata da gente del popolo (quello vero) partecipando concretamente alle difficoltà quotidiane. Non solo non si oppose a prendere una piccolissima casa in affitto nello stesso paesino sul mare rinunciando a qualunque comodità, ma ne fu addirittura entusiasta.

Il suo entusiasmo non scemò né quando si accorse che la casa era stata intonacata a calce usando l’acqua di mare il che provocava una surreale nevicata quotidina di calcinacci dal soffitto sui pavimenti e su tutti i mobili né quando scoprì che si era affannata invano a fare installare un lavandino in cucina che si sarebbe rivelato del tutto inutile: l’acqua corrente in quel luogo, passati 30 anni, non era ancora arrivata.

Il suo compagno era entiusiasta; si sarebbe dedicato alla pesca subacquea, al mare, all’aria aperta. Era presissimo da tutti i preparativi del caso: ogni giorno il gioco lo divertiva di più, sarebbe stata una vita perfetta e selvaggia lontani dalla grigia fredda e nebbiosa milano per almeno una paio di mesi l’anno.

Certo, il problema dell’acqua c’era ma non bisognava preoccuparsi; comprati i necessari bidoni, ogni paio di giorni sarebbe venuta una autobotte a distribuire. Ad aspettarla ci si sedeva sul muretto sotto il grande albero a fianco alla fontanella che non aveva mai funzionato la cui vasca era piena ormai di foglie e bacche secche.

(segue)

29 novembre 2009

attachant

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 20:08

Ci sono parole che non si possono tradurre da una lingua ad un’altra, per le quali non esiste un termine o una espressione che possa essere considerata equivalente e che contenga tutte le sfumature dell’originale.

Quando devo definire il sentimento che mi suscitano certe persone non mi rimane che ricorrere al francese “attachant”; “un type attachant” è una persona per la quale già dal primo istante si prova un sentimento di simpatia, di empatia e di tenerezza, come nei confronti di un figlio; in maniera istantanea si prova l’impeto paterno della protezione. Si pensa che se anche non facesse nulla per meritarselo in maniera particolare, per il solo essere candidamente come è e senza mai richiederlo si sarebbe portati a portargli aiuto in caso di bisogno o incoraggiamento per qualunque impresa.

L’essere attachant si guadagna così per suo magnetismo essenziale in un’unico colpo la stima, l’affetto, la dedizione di chi incontra senza generare invidie e sospetti e si lascia amare di un amore sincero e semplice.

Chi è attachant in genere non sa di esserlo e non usa in maniera opportunista questo fascino, è un innocente, un essere che dà la perenne sensazione di essere in qualche modo perduto e miracolosamente a galla nel caos del mondo suscitando benevolenza.

Non riesco a risolverlo con amabile, seducente, attraente,  gradevole o magnetico perché mi sembra che questi termini implichino una certa affettazione, una intenzione, una malizia che non coincide con il tipo umano che ho in mente, non si tratta di un fenomeno di innamoramento, di amicizia o di comunione di anime, è un’altra qualità, una qualità per me ancora intraducibile.

27 novembre 2009

linea 92

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 18:47

Nella folla dell’autobus mi avvicino per timbrare; ti intravedo seduto a pochi passi con gli occhi chiusi, dormi.
Mi cadono i guanti, in quello spazio esiguo guardo in giù: sono ai tuoi piedi.
Ci chiniamo insieme, me li porgi e sorridi, sorridi con quegli occhi grandi arrossati dal sonno, con l’intera tua faccia ruvida di peruviano dall’età indefinita. In quel sorriso vedo in un istante la tua gioventù, le tue speranze e la fatica di seguire un destino che ti ha portato lontano da casa in un autobus affollato a Milano.
Il sorriso si spegne, gli occhi si richiudono; il sonno ha la meglio, la città sfocata dalla nebbia sfila fuori dal finestrino.

17 novembre 2009

mammeggiando

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 15:39

Sarò matta, ma a me piace andare alle festine di compleanno dei quattrenni.

In queste occasioni, sbirciando, riesci a vedere com’è tuo figlio quando non è a casa solo con te; lo vedi com’è in mezzo agli amici, ai ‘rivali’, alle femminucce o alla confusione e questo è già un primo grande divertimento.

Non mancano in genere note di costume, esagerazioni ed effetti speciali da ballo delle debuttanti che meriterebbero a sé un vero trattato di antropologia. La festa di ieri invece, come molte altre, era una festa normale: le mamme erano mamme normali e quindi parecchio interessanti  nella loro varia normalità.

Le mamme, infatti, sono l’altro grande oggetto d’interesse in queste occasioni: quasi sempre ci sono solo mamme, raramente appare qualche papà se non per riportare la famiglia a casa a fine festa.
Ma meglio così perché noi mamme, fra mamme, mammeggiamo.

A un certo punto, quando i bambini hanno preso il via e il rumore rende indistinguibili le voci nel recinto di là, nel recinto di qua si formano i gruppetti, e si fanno due chiacchiere.
Queste chiacchiere sono il mio più grande divertimento: c’è la mamma depressa “eh, si tira avanti”,  la mamma separata che chiama l’ex marito “quell’essere” ma è  nella  fase sovreccitata “ho un nuovo fidanzato, moooolto giovane sapete? quasi ho voglia di fare il terzo!!!”, la mamma giovane, bella, silenziosa e educata “oh fai l’architetto? anche d’interni? che bello io adoro i mobili e gli accostamenti” (!!?), la mamma ciellina rigorosamente senza trucco con maglione sformato e Birkenstock,  la mamma di sinistra mediosofisticata e con una spocchia in compenso altissima “bisogna considerare l’emotività del bambino”,  l’adulatrice “e tu quando lo fai il secondo che sei ancora così giovane?”, molte altre tipologie tutte diverse e una schiera di figure accessorie del genere: nonne energiche, tate variopinte, fratellini annoiati.

Ad alcune conversazioni partecipo attivamente evitando sempre discorsi troppo impegnati, possibili generatori di  imbarazzo; dopo qualche esperienza ho verificato che gli argomenti tabù assolutamente da aggirare alle festine sono: matrimonio/convivenza, religione si/religione no, scuola pubblica/privata e la politica in genere. Quindi si parla di vita quotidiana di corsi, di gravidanze di bambini e a volte anche di lavoro.

Cerco di parlare con tutte ma purtroppo, alla fine, di alcuni discorsi riesco a captare con mio grande  rammarico solo qualche frammento.

Sono sempre impressionata dal livello di professionalità esibito in queste occasioni, tutte mi sembrano mamme “con il diploma”, donne che sanno darti risposte su qualsiasi argomento riguardi i pargoli, l’elementare migliore, i corsi di musica, di judo di calcio, le tate (sempre pessime), le colf (anche peggio), la sezione da evitare, lamentandosi continuamente delle scarse attività proposte agli amati bambini dalle educatrici della materna; che vorrei ricordare si spupazzano 27 amorini urlanti tutto il giorno, tutti i giorni per molte ore, con un rapporto 1/27!
Sono mamme manager tutte armate di agenda, segnano cellulari, scrivono appunti e bisogna lottare per non ritrovarsi coinvolte in una miriade di appuntamenti pomeridiani nelle settimane successive.

Festina dopo festina qualcuna fa intravedere anche il suo essere donna, moglie, compagna, nostalgica ragazza (la maggioranza sfiora la quarantina da sotto o da sopra) o si abbandona a qualche confidenza.

Poi torta, tanti auguri, applausi, apertura rituale dei regali, si chiamano i nomi dei bambini una, due, tre, quattro volte, si reinfilano cappotti su braccia di bambini svogliati e ci si avvia verso casa carichi di palloncini a preparare la cena.

Capita poi come ieri che, sulla via del ritorno, riceva sms firmati “mamma di A.” o “mamma di F.” – scusami dimenticavo magari prendiamo un caffè una mattina? – o – ti andrebbe di fare due chiacchiere noi due un pomeriggio? – che somigliano a timidi messaggi di sos lanciati in mare in una bottiglia e  mi mettono addosso un leggero velo di malinconia.

14 novembre 2009

massimi sistemi minima leggerezza

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 12:12

sillogismo :

se la competizione
la sorte
la maschera e la vertigine

sono gli elementi fondamentali del gioco (cfr Caillois)

e questi stessi elementi sembrano essere i direttori delle nostre azioni

la vita allora sarebbe un gioco ?dadi

10 novembre 2009

sorellitudine

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 22:54

allora adesso dovrei scrivere un post sulla sorellitudine che è bella solo che l’ha già scritto la fata che la sorellitudine è bella e farlo bene come la fata è difficile.

La sorellitudine è bella anche se una ci ha una sorella antipatica come la mia, ecco.

Antonio

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 18:17

Ogni sera esco dallo studio, attraverso il buio corridoio che porta alle scale di questo strano grande condominio che chiamiamo ” il falansterio “, nell’ atrio incrocio qualcuno degli innumerevoli abitanti di ritorno a casa, parole consuete passi ceduti  il freddo mi colpisce uscendo dal portone, mi imbacucco indosso le cuffie dell’ipod, pigramente lo accendo senza neanche cambiare musica e mi avvio anche io come gli altri verso casa.

Un isolato a destra un paio a sinistra, attraverso quella parte di milano che mi separa dalla nuova casa in cui mi sono di recente trasferita, il passo è veloce in pochi secondi gli occhi vanno a terra e i pensieri in alto lontano .

Tutte le sere quasi a metà strada una voce mi fa uscire dall’ipnosi della camminata, ‘buona sera, buon rientro francesca’ sono già lontana quando, mi giro e alzata la testa riconosco la figura e il viso di Antonio, il lattaio del quartiere, che sorridente mi saluta come sempre alzando la mano, faccio il solito cenno da sordo muta, un sorriso imbarazzato e penso:  che stupida, domani lo devo salutare io Antonio per prima  non deve essere sempre lui a svegliarmi, domani non starò ancora rapita nei miei pensieri, domani lo vedrò.

6 novembre 2009

Non ce la farò mai

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 09:01

Ho sempre pensato da che ricordo di fronte alle difficoltà della vita piccole e grandi: non ce la farò mai.

Eppure, alla fine, ho imparato a saltare alla corda, ad andare in bicicletta, sono stata promossa, ho giocato a Rugby con i maschi, ho imparato una, più lingue sconosciute partendo da zero fra gente che non capivo, ho vissuto da sola, con altri in armonia, ho fatto cose ritenute pericolose e sconsiderate dagli amici e ne sono uscita indenne, ho conquistato gli uomini di cui mi sono innamorata a volte contendendoli ad altre, ho desiderato e avuto un figlio, ho intrapreso molte volte nuove strade.

Non ce la farò mai, penso ogni mattina al risveglio, eppure la giornata scorre.

Non ce la farò mai penso ora iniziando a scrivere in questo spazio così nuovo per me così estraneo e deserto.

Eppure ce la farò.

Raccomandazioni

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 09:00

Si prega di lasciare il bagno pulito e di fare uso dello sciacquone

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