17 marzo 2010

Gravare d’amore

Archiviato in: leggo, scrivo — Shannafra @ 16:14

E’ lecito attribuire a un singolo individuo un’importanza tale da fargli prendere il posto di tutti gli altri?
E’ lecito gravarlo così tanto d’amore e d’innocenza?

Elias Canetti

8 marzo 2010

velocità

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 15:28

Mi ha sempre sorpreso con che rapidità cambiano i sentimenti e gli stati d’animo sia nel racconto dell’esperienza di altri che nella mia vita. Una frase uno sguardo una notizia  può portare dalla leggerezza della felicità alla profondità della disperazione con una velocità incontrollabile. E’ altrettanto difficile provare a  misurare  quanto rimarranno le tracce dei colpi subiti. Non avremo mai abbastanza esperienza né saggezza per imparare a essere più veloci del cambiamento come se fossimo programmati per non poterci difendere.

10 febbraio 2010

Quelle giornate

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 14:06

Quelle giornate in cui esci per andare a lavorare, prendi la metropolitana e per ben due volte ti cedono il posto sorridendo, davanti a te c’è un ragazzo con un doppio piercing che gli allarga i lobi delle orecchie fino a farli sembrare due padelle penzolanti,  la signora a fianco a lui lo fissa disgustata e a te scappa da ridere per la scena.
Passi dal tipo delle fotocopie che ti fa passare avanti così fai prima, e naturalmente pensi ‘che gentile’.
Arrivi in comune allo sportello per consegnare  una pratica e la signora che avevi già visto il mese prima ti riconosce, scambia due chiacchiere mentre timbra i fogli e ti saluta allegramente. Allora riprendi la metropolitana e giochi a fare le smorfie con un bambino e per poco non perdi la fermata per quanto ridi.
Scendi in centro e c’è il sole fai un giretto e magari per l’euforia ti concedi una paio di regalini di poca spesa ma che ti gratificano molto e, crepi l’avarizia, prendi un cappuccio  e un dolcetto al bar. Quando chiedi un po’ di latte freddo il barista si spertica per rifartelo della temperatura giusta che quasi ti viene da protestare. Passi dal panettiere, la commessa ignora la signora in pelliccia che tenta di passarti avanti e facendoti l’occhiolino ti serve e abbonda senza segnare …  
Quelle giornate lì, se ti capita di passare davanti allo specchio della macchinetta automatica delle fototessere vedi che semplicemnte stai sorridendo.

8 febbraio 2010

Quantomeno

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 16:11

A volte penso che nella mia vita sia un po’ tutto a rovescio, un amico dice che ci sarebbe materiale “quantomeno per un romanzo psicologico breve”. Quantomeno.

11 gennaio 2010

S.Elia (3) Gli Asinatti

Archiviato in: Senza categoria, scrivo — Shannafra @ 16:44

U’ Cuticchio nel frattempo era andato in america con la famiglia in cerca di fortuna ma non aveva resistito; alla prima occasione aveva lasciato moglie e figli e tornato per una questione  da sbrigare in paese non li aveva più raggiunti.

Ora la sera in estate raccontava le storie d’america o meglio della cittadina di provincia in cui era atterrato catapultato da S.Elia e del lavoro in fabbrica (in factory, le “fattorie” come le chiamava lui). Aveva lavorato qualche mese in una “fattoria di scarpe” e ne conservava un ricordo terribile. Raccontava con timore ancora vivo della difficoltà per orientarsi nei luoghi e fra la gente, della paura che non lo aveva lasciato mai.
I ”bleq”,  i neri lo terrorizzavano, “mai prestare i soldi a un bleq, non li recupererai mai… e rischi anche di prendere tumpulate”; nei suoi ricordi tutto era grande, il freddo al di là di ogni immaginazione, ogni cosa ostile, la violenza e il sopruso sempre presenti, la nostalgia del paese insopportabile.

A quei tempi i miei genitori avevano trasferito a S.Elia la loro entusiasta passione per l’etnografia e avevano preso l’abitudine di registrare tutto quello che potevano sui nastri di un registratore “geloso”, il microfono lungo e cilindrico e la voluminosa cassettona con i tasti colorati era presente in ogni occasione; si registravano le canzoni, le poesie in dialetto, le preghiere dei vecchi, le storie del paese e quelle private, comprese quelle rocambolesche del Cuticchio. Il poveraccio mezzo ubriaco chiedeva a mia madre che gli teneva il microfono vicino alla bocca: “signora, ma questo cos’è ?”. E lei rispondeva con aria indifferente: “niente, non si preoccupasse, un bastone”. E così su quei nastri ancora oggi sono rimaste le storie del Cuticchio e di molti altri.

A volte melanconico raccontava di una misteriosa ed elegante signora palermitana che si faceva accompagnare a fare passeggiate in barca a remi. Nel suo ricordo idilliaco, la signora portava un cesto pieno di provviste e un fornelletto a gas; ad un certo punto del racconto lui elencava  estasiato i manicaretti che lei gli preparava approdati sullo scoglio dopo essersi abbandonata con lui a improbabili amplessi amorosi.

Il ritorno dall’america del cuticchio fece ideare alla mente perversa del “barbiere” il suo scherzo capolavoro.

Una sera, dopo una lauta cena abbondantemente annaffiata dal vino, il barbiere fece credere al Cuticchio di essere in possesso di un telefono portatile capace di metterlo in contatto con la moglie in america. Approfittando della scarsa lucidità del malcapitato gli mise in mano un Walkie Talkie e lo obbligò ad arrampicarsi sulla montagnetta vicino alla crocetta della Madonnina con il pretesto che lì il segnale sarebbe stato indubbiamente migliore.

Affacciato su una scogliera a picco sul mare il Cuticchio guardava incredulo l’apparecchio che aveva in mano quando improvvisamente sentì una voce gracchiare dal trasmettitore e volle riconoscervi la moglie. Più la voce gridava, lo insultava dandogli del buono a nulla, più lui rispondeva furioso: “svergognata che ci fai alzata a quest’ora?”,  “ma che tardi c’è il fuso orario cà è mattina scimunito”, “e buggiarda sei! io lo so che approfitti ca un ci sugnu per andare con gli altri”. I partecipanti al quel gioco del massacro facevano molta fatica a trattenere le risate ma nessuno riuscì a resistere quando il Cuticchio inconsapevole se ne uscì urlando con un geniale gioco di parole: “donna infame, una cosa non mi devi fare però, una cosa mi devi promettere, non mi devi fare gli Asinatti!! lo devi promettere, hai capito? mi devi dire: non ti farò mai gli Asinatti!”. Il timore del cuticchio era in definitiva uno solo, che la moglie lo tradisse se ne era fatto una ragione, ma che andasse con un “bleq” non era ammissibile, che tornasse in paese con un  figlio del peccato non riconoscibile per questioni di “onore” lo metteva in una tale confusione da fargli confondere muli con asini e mulatti con “asinatti”.

(segue)

21 dicembre 2009

S.Elia (2) La Peppa

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 16:58

selia-mareL’autobotte, mandata dal vicino comune di Santa Flavia con cadenze imprevedibili, arrivava all’ingresso del paese annunciata dallo strombazzare del claxon e anticipata dalle grida dei bambini e delle donne, prendeva pericolosamente la rincorsa in una delle ripide discese del paese e iniziava la distribuzione dalle case del lungo mare.

L’autista srotolava e dirigeva il lungo tubo dalla bocca larga, alternando il riempimento dei bidoni portati a mano con quelli grandi posti davanti ai portoni e alle persiane delle porte finestre sugli stretti marciapiedi. Arrivato davanti casa nostra chiese dove fossero i bidoni, mia madre indicò l’interno della casa, l’uomo entrò, senza interrompere il flusso dell’acqua, attraversò l’ingresso, la camera da pranzo fino alla cucina e in bagno dove riempì i secchi davanti a tutti noi schierati, sbigottiti e senza parole mentre il fiume d’acqua invadeva le stanze, quando ebbe percorso anche la strada opposta continuando ad annaffiare l’intera casa ci si rese conto che il liquido a terra era di colore marrone, pieno di terriccio e leggermente vischioso come  la peggiore acqua di fondo di pozzo immaginabile, non protestammo, sarebbe servita almeno da sciacquone e, per i meno schifiltosi, a lavarsi.

Le famiglie si ricordavano a turno di preparare una stecca di sigarette per l’autista dell’autobotte a titolo di cortesia e di ringraziamento, in caso contrario il rischio prevedibile era che passasse troppo tempo fra una distribuzione e l’altra.

L’acqua per bere e cucinare bisognava procurarsela altrove. Quando si faceva visita alla nonna nel paese vicino in cui le case erano già dotate di cisternette sul tetto il programma includeva bagno capelli, bucato e riempimenti. Fra una visita e l’altra ci si accontentava di docce fatte in strada in costume con una brocca a testa al ritorno dal mare.

Quando qualcuno ci chiedeva se avessimo bisogno di qualche cosa la risposta era una sola: acqua. Nè parenti né amici si presentavano a farci visita se non provvisti di apposito bidoncino da almeno 10 o 20 litri.

A poco a poco nonostante i disagi e abbassando molto le nostre esigenze igieniche quotidiane si instaurò una scanzonata atmosfera vacanziera e nei ricordi di quegli anni  di mia madre dominano gli accenti positivi e divertiti su quelli negativi.

I nostri vicini erano tutti degni di nota e i bambini numerosissimi. In particolare legai con una bambina della mia età di nome Peppa  (non più di 4 anni all’epoca) e con un bambino di nome Giovanni di cui ricordo il moccio al naso perenne e che aveva preso il vizio di sbaciucchiarmi continuamente. Giocavo con loro tutto il giorno in casa e fuori nonostante le apprensioni di mia madre che mi voleva sempre a portata di sguardo e così per molti anni a venire. I giochi prevedevano corse, arrampicate, inseguimenti e indimenticabili e affollatissime partite a nascondino su un campo da gioco che includeva quasi tutta la parte bassa del paese.

Ad ogni graffio pretendevo piangente un cerotto, mia madre esasperata mi prendeva di peso, mi sedeva sul tavolo da cucina, spremeva mezzo limone sul ginocchio sbucciato (con la assoluta convinzione che fosse un efficace disinfettante) fra le mie urla, appiccicava un cerotto e mi rimandava fuori. Ben presto mi chiamarono “signorina cerottino”; di certo mi distinguevano anche  le mie scarpette di gomma poiché nei miei ricordi fra gli altri bambini non c’erano piedi calzati.

Peppa era magra, selvaggia e biondissima, i capelli corti da maschio tagliati a scodella per impedire i frequentissimi pidocchi, ed era fra le più piccole  di una famiglia molto numerosa. Il padre di Peppa era chiamato “U’ Cuticchio” e in paese era un noto scansafatiche, come la maggioranza degli abitanti di S.Elia era pescatore, di lenza e di lampara, ma in compenso molto più assidua e fedele risultava la sua frequentazione della bottiglia; spesso, la sera, mentre i suoi colleghi si preparavano a partire caricando reti lenze e montando remi, lo si trovava in spiaggia dove scrutando l’orizzonte con la faccia aggrottata e scuotendo la testa sentenziava: “brutto tempo questa sera, maroso” che ci andate a fare? non si pesca” e, unico prudente, rimaneva a terra.

Le prime volte mio padre, appassionato pescatore subacqueo, ascoltò serioso l’appello e rimase a terra, poi la notte si sentivano gli insulti e le urla del Cuticchio quando, ubriaco al ritorno dal circolo trovava sprangata la porta di casa. A volte la moglie gli permetteva di dormire nel pollaio. Con gli anni cominciò a lasciare chiuso anche quell’ingresso e spesso all’alba, al rientro, gli altri pescatori lo trovavano addormentato accartocciato sul fondo di una barca.

Mia madre prese l’abitudine di mettere spesso un posto a tavola per Peppa a casa nostra nel dubbio fosse l’unico suo pasto della giornata. Le piaceva molto stare da noi e, tornata a casa la sera raccontava divertita ai fratelli e alla madre che in casa  tenevamo le riviste “sporche” (annate residue di ‘Epoca’ o ‘l’Europeo’ che papà portava dal lavoro) con in copertina ragazze per allora provocanti.

Tutti avevano un soprannome a S.Elia: le intere famiglie, come i singoli individui. Le persone di rilievo erano insignite del prefisso Don, chi era riconoscibile per un mestiere veniva chiamato con quell’appellativo; da Palermo venne a passare i mesi estivi a S.Elia un signore che veniva chiamato “il barbiere”: gli piacevano la tavola, il vino e le risate e imbandiva grandi cene all’ombra dell’albero vicino al muretto durante le quali organizzava scherzi grandiosi. Alcuni di questi scherzi, la cui vittima spesso era “U’ Cuticchio”, diventarono oggetto di famosi racconti ripetuti all’infinito nella mia famiglia.

(segue)

18 dicembre 2009

S.Elia (1)

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 14:58

s.eliaSua madre aveva resistito; per anni il marito aveva tentato di convincerla a prendere una casetta in quel posto che gli piaceva tanto:  il paesaggio, la genuina atmosfera del paesino di pescatori, l’aria buona per le bambine insomma una forma di villeggiatura. Ma lei no, irremovobile, quel posto lo odiava e mai e poi mai sarebbe andata a vivere anche solo per qualche mese l’anno in una stanza al piano terra in mezzo a quelle persone note in tutta la zona per la loro arretratezza, senza l’acqua, senza niente e sola, a lavorare in casa  mentre ovviamente il marito sarebbe stato  al lavoro tutto il giorno. Già si vedeva in un inferno di corvèe circondata da figli, sorelle, cognati, nipoti, relativi fidanzati e amici che si sarebbero riversati da loro attratti dai piaceri del mare. La sua idea era chiara: con gli anni in paese qualche piccolo privilegio da signora lo aveva ottenuto e  mai e poi mai avrebbe fatto un passo indietro nella sua segreta battaglia per quelle che considerava briciole di emancipazione. Non cedette mai e ogni volta che si riprendeva il discorso lanciava una delle sue famosissime occhiate oblique e definitive: le bambine avrebbero preso  il calesse e al mare, allo stabilimento, ci sarebbero andate da casa tornando alla sera in paese, in un contesto “civile”.

La figlia invece, alla fine degli anni 60′, quando il marito animato dalle migliori intenzioni le propose la stessa identica prospettiva, con la scusa che il dottore aveva consigliato l’aria di mare alla figlioletta di due anni e motivata anche da sincera passione politica e sociale pensò che quella sarebbe stata una occasione vera per fare una vita semplice e sana in armonia con la sua famiglia circondata da gente del popolo (quello vero) partecipando concretamente alle difficoltà quotidiane. Non solo non si oppose a prendere una piccolissima casa in affitto nello stesso paesino sul mare rinunciando a qualunque comodità, ma ne fu addirittura entusiasta.

Il suo entusiasmo non scemò né quando si accorse che la casa era stata intonacata a calce usando l’acqua di mare il che provocava una surreale nevicata quotidina di calcinacci dal soffitto sui pavimenti e su tutti i mobili né quando scoprì che si era affannata invano a fare installare un lavandino in cucina che si sarebbe rivelato del tutto inutile: l’acqua corrente in quel luogo, passati 30 anni, non era ancora arrivata.

Il suo compagno era entiusiasta; si sarebbe dedicato alla pesca subacquea, al mare, all’aria aperta. Era presissimo da tutti i preparativi del caso: ogni giorno il gioco lo divertiva di più, sarebbe stata una vita perfetta e selvaggia lontani dalla grigia fredda e nebbiosa milano per almeno una paio di mesi l’anno.

Certo, il problema dell’acqua c’era ma non bisognava preoccuparsi; comprati i necessari bidoni, ogni paio di giorni sarebbe venuta una autobotte a distribuire. Ad aspettarla ci si sedeva sul muretto sotto il grande albero a fianco alla fontanella che non aveva mai funzionato la cui vasca era piena ormai di foglie e bacche secche.

(segue)

29 novembre 2009

attachant

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 20:08

Ci sono parole che non si possono tradurre da una lingua ad un’altra, per le quali non esiste un termine o una espressione che possa essere considerata equivalente e che contenga tutte le sfumature dell’originale.

Quando devo definire il sentimento che mi suscitano certe persone non mi rimane che ricorrere al francese “attachant”; “un type attachant” è una persona per la quale già dal primo istante si prova un sentimento di simpatia, di empatia e di tenerezza, come nei confronti di un figlio; in maniera istantanea si prova l’impeto paterno della protezione. Si pensa che se anche non facesse nulla per meritarselo in maniera particolare, per il solo essere candidamente come è e senza mai richiederlo si sarebbe portati a portargli aiuto in caso di bisogno o incoraggiamento per qualunque impresa.

L’essere attachant si guadagna così per suo magnetismo essenziale in un’unico colpo la stima, l’affetto, la dedizione di chi incontra senza generare invidie e sospetti e si lascia amare di un amore sincero e semplice.

Chi è attachant in genere non sa di esserlo e non usa in maniera opportunista questo fascino, è un innocente, un essere che dà la perenne sensazione di essere in qualche modo perduto e miracolosamente a galla nel caos del mondo suscitando benevolenza.

Non riesco a risolverlo con amabile, seducente, attraente,  gradevole o magnetico perché mi sembra che questi termini implichino una certa affettazione, una intenzione, una malizia che non coincide con il tipo umano che ho in mente, non si tratta di un fenomeno di innamoramento, di amicizia o di comunione di anime, è un’altra qualità, una qualità per me ancora intraducibile.

27 novembre 2009

linea 92

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 18:47

Nella folla dell’autobus mi avvicino per timbrare; ti intravedo seduto a pochi passi con gli occhi chiusi, dormi.
Mi cadono i guanti, in quello spazio esiguo guardo in giù: sono ai tuoi piedi.
Ci chiniamo insieme, me li porgi e sorridi, sorridi con quegli occhi grandi arrossati dal sonno, con l’intera tua faccia ruvida di peruviano dall’età indefinita. In quel sorriso vedo in un istante la tua gioventù, le tue speranze e la fatica di seguire un destino che ti ha portato lontano da casa in un autobus affollato a Milano.
Il sorriso si spegne, gli occhi si richiudono; il sonno ha la meglio, la città sfocata dalla nebbia sfila fuori dal finestrino.

17 novembre 2009

mammeggiando

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 15:39

Sarò matta, ma a me piace andare alle festine di compleanno dei quattrenni.

In queste occasioni, sbirciando, riesci a vedere com’è tuo figlio quando non è a casa solo con te; lo vedi com’è in mezzo agli amici, ai ‘rivali’, alle femminucce o alla confusione e questo è già un primo grande divertimento.

Non mancano in genere note di costume, esagerazioni ed effetti speciali da ballo delle debuttanti che meriterebbero a sé un vero trattato di antropologia. La festa di ieri invece, come molte altre, era una festa normale: le mamme erano mamme normali e quindi parecchio interessanti  nella loro varia normalità.

Le mamme, infatti, sono l’altro grande oggetto d’interesse in queste occasioni: quasi sempre ci sono solo mamme, raramente appare qualche papà se non per riportare la famiglia a casa a fine festa.
Ma meglio così perché noi mamme, fra mamme, mammeggiamo.

A un certo punto, quando i bambini hanno preso il via e il rumore rende indistinguibili le voci nel recinto di là, nel recinto di qua si formano i gruppetti, e si fanno due chiacchiere.
Queste chiacchiere sono il mio più grande divertimento: c’è la mamma depressa “eh, si tira avanti”,  la mamma separata che chiama l’ex marito “quell’essere” ma è  nella  fase sovreccitata “ho un nuovo fidanzato, moooolto giovane sapete? quasi ho voglia di fare il terzo!!!”, la mamma giovane, bella, silenziosa e educata “oh fai l’architetto? anche d’interni? che bello io adoro i mobili e gli accostamenti” (!!?), la mamma ciellina rigorosamente senza trucco con maglione sformato e Birkenstock,  la mamma di sinistra mediosofisticata e con una spocchia in compenso altissima “bisogna considerare l’emotività del bambino”,  l’adulatrice “e tu quando lo fai il secondo che sei ancora così giovane?”, molte altre tipologie tutte diverse e una schiera di figure accessorie del genere: nonne energiche, tate variopinte, fratellini annoiati.

Ad alcune conversazioni partecipo attivamente evitando sempre discorsi troppo impegnati, possibili generatori di  imbarazzo; dopo qualche esperienza ho verificato che gli argomenti tabù assolutamente da aggirare alle festine sono: matrimonio/convivenza, religione si/religione no, scuola pubblica/privata e la politica in genere. Quindi si parla di vita quotidiana di corsi, di gravidanze di bambini e a volte anche di lavoro.

Cerco di parlare con tutte ma purtroppo, alla fine, di alcuni discorsi riesco a captare con mio grande  rammarico solo qualche frammento.

Sono sempre impressionata dal livello di professionalità esibito in queste occasioni, tutte mi sembrano mamme “con il diploma”, donne che sanno darti risposte su qualsiasi argomento riguardi i pargoli, l’elementare migliore, i corsi di musica, di judo di calcio, le tate (sempre pessime), le colf (anche peggio), la sezione da evitare, lamentandosi continuamente delle scarse attività proposte agli amati bambini dalle educatrici della materna; che vorrei ricordare si spupazzano 27 amorini urlanti tutto il giorno, tutti i giorni per molte ore, con un rapporto 1/27!
Sono mamme manager tutte armate di agenda, segnano cellulari, scrivono appunti e bisogna lottare per non ritrovarsi coinvolte in una miriade di appuntamenti pomeridiani nelle settimane successive.

Festina dopo festina qualcuna fa intravedere anche il suo essere donna, moglie, compagna, nostalgica ragazza (la maggioranza sfiora la quarantina da sotto o da sopra) o si abbandona a qualche confidenza.

Poi torta, tanti auguri, applausi, apertura rituale dei regali, si chiamano i nomi dei bambini una, due, tre, quattro volte, si reinfilano cappotti su braccia di bambini svogliati e ci si avvia verso casa carichi di palloncini a preparare la cena.

Capita poi come ieri che, sulla via del ritorno, riceva sms firmati “mamma di A.” o “mamma di F.” – scusami dimenticavo magari prendiamo un caffè una mattina? – o – ti andrebbe di fare due chiacchiere noi due un pomeriggio? – che somigliano a timidi messaggi di sos lanciati in mare in una bottiglia e  mi mettono addosso un leggero velo di malinconia.

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