3 maggio 2010

3 Maggio giornata mondiale dell’ex migliore amico – a_reazioni

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 12:51

a_reazione 1

Ultimo anno di liceo, lei, la mia amica, era innamorata persa di E. anche io lo ero ma non l’avrei mai detto lo tenevo dentro era una cosa mia, ascoltavo lei che raccontava le sue pene soffriva della sua indifferenza io non soffrivo.

Io assistevo.

Lui era eccentrico, intelligente impegnato e aveva la sua corte, io mi sentivo invisibile, facevo la snob che stava nel gruppo di quelli di DP senza mai prendere la tessera, più per differenziarmi dalla FGCI che per convinzione. Mercatini affiancati, serate a discutere bere e a fumare, normalità da postadolescenti con dietro l’angolo della vita la prospettiva dell’università ancora da decidere.

Una sera d’estate dopo aver servito salamelle e venduto manifestini del Che mal stampati lui improvvisamente si accorge di me e mi regala l’inizio di quello che nei ricordi rimane uno dei più bei periodi della mia vita, non mi feci mai domande né complessi, ero felice, persi l’amica che non mi parlò mai più e, lo sapevo benissimo, ne soffrì molto.

Non volevo farmi vedere innamorata, strategia ingenua, lo criticavo su tutto, da come si vestiva alle sue tesi politiche alla musica che ascoltava. Concerti al parco Lambro sdraiati sull’erba partite di pallone, compagnia di amici, manifestazioni, allegria.

Naturalmente dopo qualche mese lui mi lasciò.

Il ricordo è grottesco, faceva freddo seduti su una panchina in granito alla fermata della filovia mi annunciò che si rimetteva con la sua ex e salì sul pullmann. Sipario.

Stetti malissimo. Poi passò.

In seguito sono stata fortunata e ho fatto dei buoni incontri anche in termini di amicizie.

Molti anni dopo entrando in un ristorante con un mio caro amico ho sentito la sua risata, strana, aspirata, asmatica, con conseguente mio collasso delle gambe e quasi svenimento, l’amico se ne accorge mi sorregge, riesco a raggiungerlo al tavolo salutare, fare i convenevoli. Piccoli atti di eroismo.

Dell’amica non ho saputo più niente né mai l’ho cercata.

a_reazioni 2

Qualche anno fa ho dovuto mio malgrado interrompere i rapporti con una persona che ritenevo una cara amica per motivi di lavoro. I fatti, la conclusione della vicenda, i colleghi coinvolti hanno ampiamente dimostrato la mia buona fede e le mie ragioni e ancora ora non mi spiego come improvvisamente lei possa essersi rivoltata contro di me nonostante abbia cercato il confronto e analizzato il mio comportamento.

Dopo quell’episodio non abbiamo più avuto rapporti.

Ricordo i suoi lineamenti, i suoi capelli, le espressioni del suo viso la sua voce e alcuni passi delle lettere che ci siamo scritte.

Da giorni cerco di ricordare il suo nome e non ci riesco. Cancellata.

20 aprile 2010

un franco e cinquanta

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 14:36

Da bambina, durante una passeggiata domenicale sul lungo Senna mio padre mi prese in braccio e mi fece volare in alto girando.
Io ridevo come ridono i bambini quando sono felici.
Un uomo era seduto davanti a noi su una panchina ci guardava mentre giocavamo e sorrideva.
Prima di andarsene si avvicinò porgendomi la mano e mi disse – tieni questi sono per te che mi hai fatto divertire, ricordati, queste monete te le ha date un clochard.
Non ho mai perso quelle monete, le conservo ancora fra le cose care. Ogni tanto tornano a galla come tornano i ricordi, inaspettatamente.
Quel franco e cinquanta è ancora pieno di fortuna ne sono certa.

10 aprile 2010

il latte dello spavento

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 08:52

Questa storia è stata raccontata infinite volte a casa mia è una di quelle storie “dell’origine”.
Mia nonna aveva partorito da pochissimo aveva 17 forse 18 anni era il 1943 in Sicilia.
Quella notte si sentirono le sirene per i bombardamenti e tutti si precipitarono ai rifugi, i miei nonni spaventati avvolsero il neonato e si nascosero con gli altri.

Lei era terrorizzata, la sua paura era evidente, solida. Non riusciva a trattenere le lacrime.

Le donne le dissero che non poteva allattare in quelle condizioni, che “il latte dello spavento” avrebbe fatto male al bambino, lo avrebbe avvelenato, il seno tirava e il bambino già piangeva per la fame.

Un uomo tirò fuori da un cesto una nidiata di cagnolini appena nati, la bendarono e le misero al seno i cuccioli per liberarla dalla pressione e farle rinnovare il latte.

Ancora ora quando lo racconta piange.

6 aprile 2010

pensieri orbi

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 14:45

pensieri come fumo
pensieri senza occhi e senza bastoni che sbattono contro le pareti della stanza
pensieri orbi che finiscono sul soffitto dove rimarranno appiccicati
io strofinata sul lenzuolo ferma
li guardo

17 marzo 2010

Gravare d’amore

Archiviato in: leggo, scrivo — Shannafra @ 16:14

E’ lecito attribuire a un singolo individuo un’importanza tale da fargli prendere il posto di tutti gli altri?
E’ lecito gravarlo così tanto d’amore e d’innocenza?

Elias Canetti

8 marzo 2010

velocità

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 15:28

Mi ha sempre sorpreso con che rapidità cambiano i sentimenti e gli stati d’animo sia nel racconto dell’esperienza di altri che nella mia vita. Una frase uno sguardo una notizia  può portare dalla leggerezza della felicità alla profondità della disperazione con una velocità incontrollabile. E’ altrettanto difficile provare a  misurare  quanto rimarranno le tracce dei colpi subiti. Non avremo mai abbastanza esperienza né saggezza per imparare a essere più veloci del cambiamento come se fossimo programmati per non poterci difendere.

10 febbraio 2010

Quelle giornate

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 14:06

Quelle giornate in cui esci per andare a lavorare, prendi la metropolitana e per ben due volte ti cedono il posto sorridendo, davanti a te c’è un ragazzo con un doppio piercing che gli allarga i lobi delle orecchie fino a farli sembrare due padelle penzolanti,  la signora a fianco a lui lo fissa disgustata e a te scappa da ridere per la scena.
Passi dal tipo delle fotocopie che ti fa passare avanti così fai prima, e naturalmente pensi ‘che gentile’.
Arrivi in comune allo sportello per consegnare  una pratica e la signora che avevi già visto il mese prima ti riconosce, scambia due chiacchiere mentre timbra i fogli e ti saluta allegramente. Allora riprendi la metropolitana e giochi a fare le smorfie con un bambino e per poco non perdi la fermata per quanto ridi.
Scendi in centro e c’è il sole fai un giretto e magari per l’euforia ti concedi una paio di regalini di poca spesa ma che ti gratificano molto e, crepi l’avarizia, prendi un cappuccio  e un dolcetto al bar. Quando chiedi un po’ di latte freddo il barista si spertica per rifartelo della temperatura giusta che quasi ti viene da protestare. Passi dal panettiere, la commessa ignora la signora in pelliccia che tenta di passarti avanti e facendoti l’occhiolino ti serve e abbonda senza segnare …  
Quelle giornate lì, se ti capita di passare davanti allo specchio della macchinetta automatica delle fototessere vedi che semplicemnte stai sorridendo.

8 febbraio 2010

Quantomeno

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 16:11

A volte penso che nella mia vita sia un po’ tutto a rovescio, un amico dice che ci sarebbe materiale “quantomeno per un romanzo psicologico breve”. Quantomeno.

11 gennaio 2010

S.Elia (3) Gli Asinatti

Archiviato in: Senza categoria, scrivo — Shannafra @ 16:44

U’ Cuticchio nel frattempo era andato in america con la famiglia in cerca di fortuna ma non aveva resistito; alla prima occasione aveva lasciato moglie e figli e tornato per una questione  da sbrigare in paese non li aveva più raggiunti.

Ora la sera in estate raccontava le storie d’america o meglio della cittadina di provincia in cui era atterrato catapultato da S.Elia e del lavoro in fabbrica (in factory, le “fattorie” come le chiamava lui). Aveva lavorato qualche mese in una “fattoria di scarpe” e ne conservava un ricordo terribile. Raccontava con timore ancora vivo della difficoltà per orientarsi nei luoghi e fra la gente, della paura che non lo aveva lasciato mai.
I ”bleq”,  i neri lo terrorizzavano, “mai prestare i soldi a un bleq, non li recupererai mai… e rischi anche di prendere tumpulate”; nei suoi ricordi tutto era grande, il freddo al di là di ogni immaginazione, ogni cosa ostile, la violenza e il sopruso sempre presenti, la nostalgia del paese insopportabile.

A quei tempi i miei genitori avevano trasferito a S.Elia la loro entusiasta passione per l’etnografia e avevano preso l’abitudine di registrare tutto quello che potevano sui nastri di un registratore “geloso”, il microfono lungo e cilindrico e la voluminosa cassettona con i tasti colorati era presente in ogni occasione; si registravano le canzoni, le poesie in dialetto, le preghiere dei vecchi, le storie del paese e quelle private, comprese quelle rocambolesche del Cuticchio. Il poveraccio mezzo ubriaco chiedeva a mia madre che gli teneva il microfono vicino alla bocca: “signora, ma questo cos’è ?”. E lei rispondeva con aria indifferente: “niente, non si preoccupasse, un bastone”. E così su quei nastri ancora oggi sono rimaste le storie del Cuticchio e di molti altri.

A volte melanconico raccontava di una misteriosa ed elegante signora palermitana che si faceva accompagnare a fare passeggiate in barca a remi. Nel suo ricordo idilliaco, la signora portava un cesto pieno di provviste e un fornelletto a gas; ad un certo punto del racconto lui elencava  estasiato i manicaretti che lei gli preparava approdati sullo scoglio dopo essersi abbandonata con lui a improbabili amplessi amorosi.

Il ritorno dall’america del cuticchio fece ideare alla mente perversa del “barbiere” il suo scherzo capolavoro.

Una sera, dopo una lauta cena abbondantemente annaffiata dal vino, il barbiere fece credere al Cuticchio di essere in possesso di un telefono portatile capace di metterlo in contatto con la moglie in america. Approfittando della scarsa lucidità del malcapitato gli mise in mano un Walkie Talkie e lo obbligò ad arrampicarsi sulla montagnetta vicino alla crocetta della Madonnina con il pretesto che lì il segnale sarebbe stato indubbiamente migliore.

Affacciato su una scogliera a picco sul mare il Cuticchio guardava incredulo l’apparecchio che aveva in mano quando improvvisamente sentì una voce gracchiare dal trasmettitore e volle riconoscervi la moglie. Più la voce gridava, lo insultava dandogli del buono a nulla, più lui rispondeva furioso: “svergognata che ci fai alzata a quest’ora?”,  “ma che tardi c’è il fuso orario cà è mattina scimunito”, “e buggiarda sei! io lo so che approfitti ca un ci sugnu per andare con gli altri”. I partecipanti al quel gioco del massacro facevano molta fatica a trattenere le risate ma nessuno riuscì a resistere quando il Cuticchio inconsapevole se ne uscì urlando con un geniale gioco di parole: “donna infame, una cosa non mi devi fare però, una cosa mi devi promettere, non mi devi fare gli Asinatti!! lo devi promettere, hai capito? mi devi dire: non ti farò mai gli Asinatti!”. Il timore del cuticchio era in definitiva uno solo, che la moglie lo tradisse se ne era fatto una ragione, ma che andasse con un “bleq” non era ammissibile, che tornasse in paese con un  figlio del peccato non riconoscibile per questioni di “onore” lo metteva in una tale confusione da fargli confondere muli con asini e mulatti con “asinatti”.

(segue)

21 dicembre 2009

S.Elia (2) La Peppa

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 16:58

selia-mareL’autobotte, mandata dal vicino comune di Santa Flavia con cadenze imprevedibili, arrivava all’ingresso del paese annunciata dallo strombazzare del claxon e anticipata dalle grida dei bambini e delle donne, prendeva pericolosamente la rincorsa in una delle ripide discese del paese e iniziava la distribuzione dalle case del lungo mare.

L’autista srotolava e dirigeva il lungo tubo dalla bocca larga, alternando il riempimento dei bidoni portati a mano con quelli grandi posti davanti ai portoni e alle persiane delle porte finestre sugli stretti marciapiedi. Arrivato davanti casa nostra chiese dove fossero i bidoni, mia madre indicò l’interno della casa, l’uomo entrò, senza interrompere il flusso dell’acqua, attraversò l’ingresso, la camera da pranzo fino alla cucina e in bagno dove riempì i secchi davanti a tutti noi schierati, sbigottiti e senza parole mentre il fiume d’acqua invadeva le stanze, quando ebbe percorso anche la strada opposta continuando ad annaffiare l’intera casa ci si rese conto che il liquido a terra era di colore marrone, pieno di terriccio e leggermente vischioso come  la peggiore acqua di fondo di pozzo immaginabile, non protestammo, sarebbe servita almeno da sciacquone e, per i meno schifiltosi, a lavarsi.

Le famiglie si ricordavano a turno di preparare una stecca di sigarette per l’autista dell’autobotte a titolo di cortesia e di ringraziamento, in caso contrario il rischio prevedibile era che passasse troppo tempo fra una distribuzione e l’altra.

L’acqua per bere e cucinare bisognava procurarsela altrove. Quando si faceva visita alla nonna nel paese vicino in cui le case erano già dotate di cisternette sul tetto il programma includeva bagno capelli, bucato e riempimenti. Fra una visita e l’altra ci si accontentava di docce fatte in strada in costume con una brocca a testa al ritorno dal mare.

Quando qualcuno ci chiedeva se avessimo bisogno di qualche cosa la risposta era una sola: acqua. Nè parenti né amici si presentavano a farci visita se non provvisti di apposito bidoncino da almeno 10 o 20 litri.

A poco a poco nonostante i disagi e abbassando molto le nostre esigenze igieniche quotidiane si instaurò una scanzonata atmosfera vacanziera e nei ricordi di quegli anni  di mia madre dominano gli accenti positivi e divertiti su quelli negativi.

I nostri vicini erano tutti degni di nota e i bambini numerosissimi. In particolare legai con una bambina della mia età di nome Peppa  (non più di 4 anni all’epoca) e con un bambino di nome Giovanni di cui ricordo il moccio al naso perenne e che aveva preso il vizio di sbaciucchiarmi continuamente. Giocavo con loro tutto il giorno in casa e fuori nonostante le apprensioni di mia madre che mi voleva sempre a portata di sguardo e così per molti anni a venire. I giochi prevedevano corse, arrampicate, inseguimenti e indimenticabili e affollatissime partite a nascondino su un campo da gioco che includeva quasi tutta la parte bassa del paese.

Ad ogni graffio pretendevo piangente un cerotto, mia madre esasperata mi prendeva di peso, mi sedeva sul tavolo da cucina, spremeva mezzo limone sul ginocchio sbucciato (con la assoluta convinzione che fosse un efficace disinfettante) fra le mie urla, appiccicava un cerotto e mi rimandava fuori. Ben presto mi chiamarono “signorina cerottino”; di certo mi distinguevano anche  le mie scarpette di gomma poiché nei miei ricordi fra gli altri bambini non c’erano piedi calzati.

Peppa era magra, selvaggia e biondissima, i capelli corti da maschio tagliati a scodella per impedire i frequentissimi pidocchi, ed era fra le più piccole  di una famiglia molto numerosa. Il padre di Peppa era chiamato “U’ Cuticchio” e in paese era un noto scansafatiche, come la maggioranza degli abitanti di S.Elia era pescatore, di lenza e di lampara, ma in compenso molto più assidua e fedele risultava la sua frequentazione della bottiglia; spesso, la sera, mentre i suoi colleghi si preparavano a partire caricando reti lenze e montando remi, lo si trovava in spiaggia dove scrutando l’orizzonte con la faccia aggrottata e scuotendo la testa sentenziava: “brutto tempo questa sera, maroso” che ci andate a fare? non si pesca” e, unico prudente, rimaneva a terra.

Le prime volte mio padre, appassionato pescatore subacqueo, ascoltò serioso l’appello e rimase a terra, poi la notte si sentivano gli insulti e le urla del Cuticchio quando, ubriaco al ritorno dal circolo trovava sprangata la porta di casa. A volte la moglie gli permetteva di dormire nel pollaio. Con gli anni cominciò a lasciare chiuso anche quell’ingresso e spesso all’alba, al rientro, gli altri pescatori lo trovavano addormentato accartocciato sul fondo di una barca.

Mia madre prese l’abitudine di mettere spesso un posto a tavola per Peppa a casa nostra nel dubbio fosse l’unico suo pasto della giornata. Le piaceva molto stare da noi e, tornata a casa la sera raccontava divertita ai fratelli e alla madre che in casa  tenevamo le riviste “sporche” (annate residue di ‘Epoca’ o ‘l’Europeo’ che papà portava dal lavoro) con in copertina ragazze per allora provocanti.

Tutti avevano un soprannome a S.Elia: le intere famiglie, come i singoli individui. Le persone di rilievo erano insignite del prefisso Don, chi era riconoscibile per un mestiere veniva chiamato con quell’appellativo; da Palermo venne a passare i mesi estivi a S.Elia un signore che veniva chiamato “il barbiere”: gli piacevano la tavola, il vino e le risate e imbandiva grandi cene all’ombra dell’albero vicino al muretto durante le quali organizzava scherzi grandiosi. Alcuni di questi scherzi, la cui vittima spesso era “U’ Cuticchio”, diventarono oggetto di famosi racconti ripetuti all’infinito nella mia famiglia.

(segue)

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