17 marzo 2011

Ils sont fous ces romains

Filed under: ricordo — Shannafra @ 09:23

La prima volta in cui mi sono sentita Italiana avevo nove anni.
Vivevamo a Parigi, andavo alle elementari in una scuola francese in un contesto particolarmente privilegiato, avevo imparato la lingua con accento ineccepibile in poche settimane i primi giorni della prima elementare ed ero una bambina socievole e spigliata senza problemi di integrazione.

La scuola pubblica in Francia a quei tempi eccelleva nel delicato equilibrio fra tradizione e modernità, i maestri erano giovani e motivati da una politica che sosteneva l’insegnamento.
In classe era istituito il rito laico della recita quotidiana della marsigliese e delle date della rivoluzione in piedi davanti al banco prima di iniziare le lezioni una sorta di ginnastica salutistica del proverbiale nazionalismo francese.

Le lezioni di storia venivano illustrate con l’ausilio di una proiezione di diapositive di immagini evocative dei momenti salienti per periodo oggetto di studio.

In quel periodo stavamo studiando la storia romana e da giorni venivano esaltate le qualità belliche dei Galli durante i sanguinosi conflitti con i Romani, quando, per dovere di cronaca, il maestro fu costretto a farci vedere la famosa immagine di Vercingetorige che depone le armi a Cesare.

Nel buio della proezione, seduta, arrampicata sul davanzale di una finestra per vedere meglio, vicino ai compagnetti, alla notizia della resa dei galli, dominata da un fortissimo e sconosciuto senso di identità, grido esulto e salto come allo stadio per un goal ai Mondiali.
Circondata, non faccio in tempo a riprendere fiato per difendermi dal silenzioso attacco di gomitate incrociate che mi fanno cadere rovinosamente sul pavimento.

Mi rialzo dando un’ultima occhiata alla parete illuminata dalla diapositiva con un sorriso di scherno che da quel momento e per sempre mi riparerà dall’atavico senso di superiorità Francese.

4 gennaio 2011

le arti delle donne

Filed under: ricordo,scrivo — Shannafra @ 22:50

Lena era brutta e baffuta, bassa e tarchiata, i capelli unti, le mani ruvide, gestiva un negozio all’angolo della piazzetta ed era una istituzione nel quartiere.
Quando mi dissero che si era ammalata ed era morta da pochi mesi provai una grande tristezza, con lei se ne andava una fonte fondamentale di aneddotica familiare.
Del marito di Lena, M., la prima cosa che si diceva, era che somigliava a Spencer Tracy, popolarmente trasformato in “spinci e trasi” (spingi ed entra) negli anni in cui al cinema si andava portandosi la sedia da casa e si evitava la platea per non essere colpiti in testa dagli sputi.
I racconti e un mio vago ricordo lo descrivono alto, distinto, brizzolato, una bellezza inedita per quall’angolo di sicilia, per quella storia, per quella moglie.

Un quartiere del centro storico, ancora oggi di panni stesi, madri urlanti, figli in carcere poi tossici e spacciatori.
Una di quelle strade senza scampo in cui vivono i ladri maldestri che rubano dai vicini e si fanno pizzicare dietro l’angolo.

Ma all’epoca di Lena e M., all’epoca della loro storia quella per cui tutti li avrebbero ricordati, si parla di pistolettate e di onore.

Un onore che all’epoca si poteva, anzi, si doveva difendere e il cornuto aveva l’estremo diritto del sangue.
M. aveva ucciso per difendere l’onore, aveva pulito con il sangue la reputazione sua e della moglie che aveva ammesso al processo di essere stata sedotta dal barbiere che aveva negozio a due portoni dal loro e aveva così evitato il carcere al marito che usciva con diritto.

In seguito la frase ripetuta da Lena come una litanìa era “mi infangai per salvare mio marito”.
Per salvarlo dal carcere.
Una confessione forse fasulla, si diceva, per mascherare un delitto di mafia da regolamento di conti ordinato dal clan che le dava insieme la patente di femmina e sottraeva agli impedimenti della giustizia il legittimo marito.

Sapersi tenere il marito con un metodo o con l’altro è preciso compito di una moglie, Lena lo ribadiva ad ogni piè sospinto.
“Signora Agata lei lo sa cosa intendo, se mia nuora c’aveva le arti mio figlio non se le andava a cercare certe strafalarie.”
Lena lo urlava spalancando la bocca sdentata inseguendo mia nonna fin sull’uscio senza darle scampo.
L’argomento delle “arti” della signora Lena e del famoso delitto d’onore faceva ancora scatenare le più fragorose risate anche dalle signore più distinte che nei pomeriggi estivi sui terrazzi del quartiere si ritrovavano fingendo di scambiarsi consigli sui ricami del corredo delle figlie.

La faccenda del marito non sarebbe stata l’ultima a farle vedere un po’ di mondo e a farle sperimentare le arti del vivere, il definitivo ingresso negli alti ranghi della cronaca nera avvenne quando un figlio finì all’Ucciardone.
Fu un periodo frenetico, confidava alle vicine che in carcere lui stava frequentando le persone giuste e che lei aveva l’incarico di non fare mancare mai vino pesce e aragoste per i festini che si tenevano in certe celle anche a costo di indebitarsi perché quella è gente che si ricorda e poi ti mantiene.
Quelle prime attenzioni aiutarono la carriera del figlio ben oltre le sue ambizioni e garantirono a lei una vecchiaia comoda.

L’arte di essere una donna.
I mariti si devono tenere, si devono difendere, i figli si devono aiutare sempre, gli uomini se ne ricorderanno.