“(…) qualsiasi principio, quando viene assolutizzato, diventa disumano. Che sia un ideale religioso, politico o sociale, quando diventa pensiero unico produce il terrorismo. (…)” Michael Haneke
Nella germania dell’est in un isolato paesino rurale dei primi del secolo scorso si susseguono episodi curiosi e di estrema violenza, trappole, imboscate, vandalismi che immergono l’intera popolazione in una tetra atmosfera di sospetto reciproco.
All’interno di queste case e di questo villaggio, in un contesto già retto per convenzione dalla legge del sopruso e della violenza psicologica e fisica si vedono crescere le giovani menti che nell’immediato futuro saranno protagoniste di una delle pagine più efferate della storia moderna.
Il bianco e nero di Haneke ci regala momenti magici di dramma e di contrasto, nere le macchie delle persone sulla neve bianca al funerale del contadino suicida, bianche le fiaccole nel buio fitto del bosco che illuminano il bambino disabile picchiato selvaggiamente, nere su nero le figure nell’oscurità delle case nella notte interrotta dalle lievi fiamme delle lampade ad olio, l’immagine tutta ci trattiene in una atmosfera claustrofobica e terribile.
Il nastro bianco non è però un film che racconta una storia senza speranza, il narratore, il maestro del villaggio rimane estraneo a questo universo fatto unicamente di rapporti perversi mostruosi e di omertà e sembra vederlo dall’esterno esserne stupito e inorridito insieme allo spettatore. Lui si innamorerà in maniera fresca e limpida di una giovane levatrice proveniente dalla città dove insieme a lei costruirà un futuro e una vita diversa lontana dal villaggio trovando la sua personale via di fuga anche dalle atrocità della guerra.

