Tempo fa, tornando da una trasferta lavorativa in Puglia, incontrai in aereo un signore simpatico, con piglio da imprenditore brianzolo, che appoggiato il giornale al tavolinetto, dopo pochi convenevoli, mi raccontò di getto e senza reticenze le sue ultime vicende sentimentali.
Risultava che la moglie, come nel perfetto copione di un filmetto di serie B, lo aveva di recente abbandonato per fuggire felice con il maestro di sci conosciuto durante l’annuale settimana bianca, generosamente offerta dal marito.
L’ometto non sembrava privo di senso dell’umorismo, la cosa che lo indispettiva maggiormente di tutta la vicenda, mi disse, era che i fatti lo catapultavano suo malgrado e contemporaneamente in varie odiose categorie statistiche: “separato”, “vittima di un tradimento” (con rispetto parlando), “pirla” e molte altre liste minori forse ai suoi occhi, eppure pensai, non meno importanti ai fini scientifici.
All’arrivo a Linate la mia nuova conoscenza mi propose un passaggio a casa con l’autista e al mio cortese rifiuto, condito dalla minacciosa descrizione di un gelosissimo fidanzato di origini sarde rispose ostentatamente offeso con un baciamano blasè durante il quale mi infilò uno strano bigliettino da visita di un noto aeroporto sportivo vicino a Milano in cui il suo nome compariva con la qualifica di “pilota provetto e possessore di proprio velivolo”, per il quale, lo ammetto, dovetti trattenere le risate.
Il bigliettino finì diritto nel cestino dietro l’angolo insieme al ricordo dell’attempato pappagallo.
La conversazione però mi fece riflettere sul fatto che tutti noi proviamo uno strano disagio se pensiamo di appartenere all’insiemistica della vita, nessuno vuole ammettere di essere “abbandonato”, o “traditore” o “perdente” cerchiamo sempre una sfumatura che renda eccezionale la nostra personale vicenda rispetto alla banalità degli altri, di tutti quegli ometti che popolano il mondo e che con ogni loro azione per tutta la durata della loro vita, ininterrottamente, inconsciamente, inesorabilmente ricadono nella terribile definizione di un dato statistico.


ma like!
Commento di chiagia — 7 novembre 2009 @ 14:41
altroché se ce la puoi fare
Commento di Novecento — 7 novembre 2009 @ 15:44
bello il racconto e soprattutto son d’accordissimo sulle conclusini!
Commento di gerri — 13 novembre 2009 @ 19:08
tumblrata
Commento di marta — 31 maggio 2010 @ 13:41