L’autobotte, mandata dal vicino comune di Santa Flavia con cadenze imprevedibili, arrivava all’ingresso del paese annunciata dallo strombazzare del claxon e anticipata dalle grida dei bambini e delle donne, prendeva pericolosamente la rincorsa in una delle ripide discese del paese e iniziava la distribuzione dalle case del lungo mare.
L’autista srotolava e dirigeva il lungo tubo dalla bocca larga, alternando il riempimento dei bidoni portati a mano con quelli grandi posti davanti ai portoni e alle persiane delle porte finestre sugli stretti marciapiedi. Arrivato davanti casa nostra chiese dove fossero i bidoni, mia madre indicò l’interno della casa, l’uomo entrò, senza interrompere il flusso dell’acqua, attraversò l’ingresso, la camera da pranzo fino alla cucina e in bagno dove riempì i secchi davanti a tutti noi schierati, sbigottiti e senza parole mentre il fiume d’acqua invadeva le stanze, quando ebbe percorso anche la strada opposta continuando ad annaffiare l’intera casa ci si rese conto che il liquido a terra era di colore marrone, pieno di terriccio e leggermente vischioso come la peggiore acqua di fondo di pozzo immaginabile, non protestammo, sarebbe servita almeno da sciacquone e, per i meno schifiltosi, a lavarsi.
Le famiglie si ricordavano a turno di preparare una stecca di sigarette per l’autista dell’autobotte a titolo di cortesia e di ringraziamento, in caso contrario il rischio prevedibile era che passasse troppo tempo fra una distribuzione e l’altra.
L’acqua per bere e cucinare bisognava procurarsela altrove. Quando si faceva visita alla nonna nel paese vicino in cui le case erano già dotate di cisternette sul tetto il programma includeva bagno capelli, bucato e riempimenti. Fra una visita e l’altra ci si accontentava di docce fatte in strada in costume con una brocca a testa al ritorno dal mare.
Quando qualcuno ci chiedeva se avessimo bisogno di qualche cosa la risposta era una sola: acqua. Nè parenti né amici si presentavano a farci visita se non provvisti di apposito bidoncino da almeno 10 o 20 litri.
A poco a poco nonostante i disagi e abbassando molto le nostre esigenze igieniche quotidiane si instaurò una scanzonata atmosfera vacanziera e nei ricordi di quegli anni di mia madre dominano gli accenti positivi e divertiti su quelli negativi.
I nostri vicini erano tutti degni di nota e i bambini numerosissimi. In particolare legai con una bambina della mia età di nome Peppa (non più di 4 anni all’epoca) e con un bambino di nome Giovanni di cui ricordo il moccio al naso perenne e che aveva preso il vizio di sbaciucchiarmi continuamente. Giocavo con loro tutto il giorno in casa e fuori nonostante le apprensioni di mia madre che mi voleva sempre a portata di sguardo e così per molti anni a venire. I giochi prevedevano corse, arrampicate, inseguimenti e indimenticabili e affollatissime partite a nascondino su un campo da gioco che includeva quasi tutta la parte bassa del paese.
Ad ogni graffio pretendevo piangente un cerotto, mia madre esasperata mi prendeva di peso, mi sedeva sul tavolo da cucina, spremeva mezzo limone sul ginocchio sbucciato (con la assoluta convinzione che fosse un efficace disinfettante) fra le mie urla, appiccicava un cerotto e mi rimandava fuori. Ben presto mi chiamarono “signorina cerottino”; di certo mi distinguevano anche le mie scarpette di gomma poiché nei miei ricordi fra gli altri bambini non c’erano piedi calzati.
Peppa era magra, selvaggia e biondissima, i capelli corti da maschio tagliati a scodella per impedire i frequentissimi pidocchi, ed era fra le più piccole di una famiglia molto numerosa. Il padre di Peppa era chiamato “U’ Cuticchio” e in paese era un noto scansafatiche, come la maggioranza degli abitanti di S.Elia era pescatore, di lenza e di lampara, ma in compenso molto più assidua e fedele risultava la sua frequentazione della bottiglia; spesso, la sera, mentre i suoi colleghi si preparavano a partire caricando reti lenze e montando remi, lo si trovava in spiaggia dove scrutando l’orizzonte con la faccia aggrottata e scuotendo la testa sentenziava: “brutto tempo questa sera, maroso” che ci andate a fare? non si pesca” e, unico prudente, rimaneva a terra.
Le prime volte mio padre, appassionato pescatore subacqueo, ascoltò serioso l’appello e rimase a terra, poi la notte si sentivano gli insulti e le urla del Cuticchio quando, ubriaco al ritorno dal circolo trovava sprangata la porta di casa. A volte la moglie gli permetteva di dormire nel pollaio. Con gli anni cominciò a lasciare chiuso anche quell’ingresso e spesso all’alba, al rientro, gli altri pescatori lo trovavano addormentato accartocciato sul fondo di una barca.
Mia madre prese l’abitudine di mettere spesso un posto a tavola per Peppa a casa nostra nel dubbio fosse l’unico suo pasto della giornata. Le piaceva molto stare da noi e, tornata a casa la sera raccontava divertita ai fratelli e alla madre che in casa tenevamo le riviste “sporche” (annate residue di ‘Epoca’ o ‘l’Europeo’ che papà portava dal lavoro) con in copertina ragazze per allora provocanti.
Tutti avevano un soprannome a S.Elia: le intere famiglie, come i singoli individui. Le persone di rilievo erano insignite del prefisso Don, chi era riconoscibile per un mestiere veniva chiamato con quell’appellativo; da Palermo venne a passare i mesi estivi a S.Elia un signore che veniva chiamato “il barbiere”: gli piacevano la tavola, il vino e le risate e imbandiva grandi cene all’ombra dell’albero vicino al muretto durante le quali organizzava scherzi grandiosi. Alcuni di questi scherzi, la cui vittima spesso era “U’ Cuticchio”, diventarono oggetto di famosi racconti ripetuti all’infinito nella mia famiglia.
(segue)

Sua madre aveva resistito
