21 dicembre 2009

S.Elia (2) La Peppa

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selia-mareL’autobotte, mandata dal vicino comune di Santa Flavia con cadenze imprevedibili, arrivava all’ingresso del paese annunciata dallo strombazzare del claxon e anticipata dalle grida dei bambini e delle donne, prendeva pericolosamente la rincorsa in una delle ripide discese del paese e iniziava la distribuzione dalle case del lungo mare.

L’autista srotolava e dirigeva il lungo tubo dalla bocca larga, alternando il riempimento dei bidoni portati a mano con quelli grandi posti davanti ai portoni e alle persiane delle porte finestre sugli stretti marciapiedi. Arrivato davanti casa nostra chiese dove fossero i bidoni, mia madre indicò l’interno della casa, l’uomo entrò, senza interrompere il flusso dell’acqua, attraversò l’ingresso, la camera da pranzo fino alla cucina e in bagno dove riempì i secchi davanti a tutti noi schierati, sbigottiti e senza parole mentre il fiume d’acqua invadeva le stanze, quando ebbe percorso anche la strada opposta continuando ad annaffiare l’intera casa ci si rese conto che il liquido a terra era di colore marrone, pieno di terriccio e leggermente vischioso come  la peggiore acqua di fondo di pozzo immaginabile, non protestammo, sarebbe servita almeno da sciacquone e, per i meno schifiltosi, a lavarsi.

Le famiglie si ricordavano a turno di preparare una stecca di sigarette per l’autista dell’autobotte a titolo di cortesia e di ringraziamento, in caso contrario il rischio prevedibile era che passasse troppo tempo fra una distribuzione e l’altra.

L’acqua per bere e cucinare bisognava procurarsela altrove. Quando si faceva visita alla nonna nel paese vicino in cui le case erano già dotate di cisternette sul tetto il programma includeva bagno capelli, bucato e riempimenti. Fra una visita e l’altra ci si accontentava di docce fatte in strada in costume con una brocca a testa al ritorno dal mare.

Quando qualcuno ci chiedeva se avessimo bisogno di qualche cosa la risposta era una sola: acqua. Nè parenti né amici si presentavano a farci visita se non provvisti di apposito bidoncino da almeno 10 o 20 litri.

A poco a poco nonostante i disagi e abbassando molto le nostre esigenze igieniche quotidiane si instaurò una scanzonata atmosfera vacanziera e nei ricordi di quegli anni  di mia madre dominano gli accenti positivi e divertiti su quelli negativi.

I nostri vicini erano tutti degni di nota e i bambini numerosissimi. In particolare legai con una bambina della mia età di nome Peppa  (non più di 4 anni all’epoca) e con un bambino di nome Giovanni di cui ricordo il moccio al naso perenne e che aveva preso il vizio di sbaciucchiarmi continuamente. Giocavo con loro tutto il giorno in casa e fuori nonostante le apprensioni di mia madre che mi voleva sempre a portata di sguardo e così per molti anni a venire. I giochi prevedevano corse, arrampicate, inseguimenti e indimenticabili e affollatissime partite a nascondino su un campo da gioco che includeva quasi tutta la parte bassa del paese.

Ad ogni graffio pretendevo piangente un cerotto, mia madre esasperata mi prendeva di peso, mi sedeva sul tavolo da cucina, spremeva mezzo limone sul ginocchio sbucciato (con la assoluta convinzione che fosse un efficace disinfettante) fra le mie urla, appiccicava un cerotto e mi rimandava fuori. Ben presto mi chiamarono “signorina cerottino”; di certo mi distinguevano anche  le mie scarpette di gomma poiché nei miei ricordi fra gli altri bambini non c’erano piedi calzati.

Peppa era magra, selvaggia e biondissima, i capelli corti da maschio tagliati a scodella per impedire i frequentissimi pidocchi, ed era fra le più piccole  di una famiglia molto numerosa. Il padre di Peppa era chiamato “U’ Cuticchio” e in paese era un noto scansafatiche, come la maggioranza degli abitanti di S.Elia era pescatore, di lenza e di lampara, ma in compenso molto più assidua e fedele risultava la sua frequentazione della bottiglia; spesso, la sera, mentre i suoi colleghi si preparavano a partire caricando reti lenze e montando remi, lo si trovava in spiaggia dove scrutando l’orizzonte con la faccia aggrottata e scuotendo la testa sentenziava: “brutto tempo questa sera, maroso” che ci andate a fare? non si pesca” e, unico prudente, rimaneva a terra.

Le prime volte mio padre, appassionato pescatore subacqueo, ascoltò serioso l’appello e rimase a terra, poi la notte si sentivano gli insulti e le urla del Cuticchio quando, ubriaco al ritorno dal circolo trovava sprangata la porta di casa. A volte la moglie gli permetteva di dormire nel pollaio. Con gli anni cominciò a lasciare chiuso anche quell’ingresso e spesso all’alba, al rientro, gli altri pescatori lo trovavano addormentato accartocciato sul fondo di una barca.

Mia madre prese l’abitudine di mettere spesso un posto a tavola per Peppa a casa nostra nel dubbio fosse l’unico suo pasto della giornata. Le piaceva molto stare da noi e, tornata a casa la sera raccontava divertita ai fratelli e alla madre che in casa  tenevamo le riviste “sporche” (annate residue di ‘Epoca’ o ‘l’Europeo’ che papà portava dal lavoro) con in copertina ragazze per allora provocanti.

Tutti avevano un soprannome a S.Elia: le intere famiglie, come i singoli individui. Le persone di rilievo erano insignite del prefisso Don, chi era riconoscibile per un mestiere veniva chiamato con quell’appellativo; da Palermo venne a passare i mesi estivi a S.Elia un signore che veniva chiamato “il barbiere”: gli piacevano la tavola, il vino e le risate e imbandiva grandi cene all’ombra dell’albero vicino al muretto durante le quali organizzava scherzi grandiosi. Alcuni di questi scherzi, la cui vittima spesso era “U’ Cuticchio”, diventarono oggetto di famosi racconti ripetuti all’infinito nella mia famiglia.

(segue)

18 dicembre 2009

S.Elia (1)

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 14:58

s.eliaSua madre aveva resistito; per anni il marito aveva tentato di convincerla a prendere una casetta in quel posto che gli piaceva tanto:  il paesaggio, la genuina atmosfera del paesino di pescatori, l’aria buona per le bambine insomma una forma di villeggiatura. Ma lei no, irremovobile, quel posto lo odiava e mai e poi mai sarebbe andata a vivere anche solo per qualche mese l’anno in una stanza al piano terra in mezzo a quelle persone note in tutta la zona per la loro arretratezza, senza l’acqua, senza niente e sola, a lavorare in casa  mentre ovviamente il marito sarebbe stato  al lavoro tutto il giorno. Già si vedeva in un inferno di corvèe circondata da figli, sorelle, cognati, nipoti, relativi fidanzati e amici che si sarebbero riversati da loro attratti dai piaceri del mare. La sua idea era chiara: con gli anni in paese qualche piccolo privilegio da signora lo aveva ottenuto e  mai e poi mai avrebbe fatto un passo indietro nella sua segreta battaglia per quelle che considerava briciole di emancipazione. Non cedette mai e ogni volta che si riprendeva il discorso lanciava una delle sue famosissime occhiate oblique e definitive: le bambine avrebbero preso  il calesse e al mare, allo stabilimento, ci sarebbero andate da casa tornando alla sera in paese, in un contesto “civile”.

La figlia invece, alla fine degli anni 60′, quando il marito animato dalle migliori intenzioni le propose la stessa identica prospettiva, con la scusa che il dottore aveva consigliato l’aria di mare alla figlioletta di due anni e motivata anche da sincera passione politica e sociale pensò che quella sarebbe stata una occasione vera per fare una vita semplice e sana in armonia con la sua famiglia circondata da gente del popolo (quello vero) partecipando concretamente alle difficoltà quotidiane. Non solo non si oppose a prendere una piccolissima casa in affitto nello stesso paesino sul mare rinunciando a qualunque comodità, ma ne fu addirittura entusiasta.

Il suo entusiasmo non scemò né quando si accorse che la casa era stata intonacata a calce usando l’acqua di mare il che provocava una surreale nevicata quotidina di calcinacci dal soffitto sui pavimenti e su tutti i mobili né quando scoprì che si era affannata invano a fare installare un lavandino in cucina che si sarebbe rivelato del tutto inutile: l’acqua corrente in quel luogo, passati 30 anni, non era ancora arrivata.

Il suo compagno era entiusiasta; si sarebbe dedicato alla pesca subacquea, al mare, all’aria aperta. Era presissimo da tutti i preparativi del caso: ogni giorno il gioco lo divertiva di più, sarebbe stata una vita perfetta e selvaggia lontani dalla grigia fredda e nebbiosa milano per almeno una paio di mesi l’anno.

Certo, il problema dell’acqua c’era ma non bisognava preoccuparsi; comprati i necessari bidoni, ogni paio di giorni sarebbe venuta una autobotte a distribuire. Ad aspettarla ci si sedeva sul muretto sotto il grande albero a fianco alla fontanella che non aveva mai funzionato la cui vasca era piena ormai di foglie e bacche secche.

(segue)

15 dicembre 2009

Fumo

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 14:17

I miei polmoni sono pieni del fumo della tua assenza

Raymond Carver

14 dicembre 2009

Tonio Kröger (cit.)

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 10:26

[...] L’esperienza gli diceva che quello era amore. Ma benché fosse perfettamente consapevole che l’amore gli avrebbe procurato gran pena, tormento e umiliazione, che inoltre avrebbe distrutto la sua pace e riempito il suo cuore di melodie, senza permettergli la quiete necessaria a definire la forma di una cosa, a trarne con calma qualcosa di compiuto, nonostante ciò egli l’accolse con gioia , vi si abbandonò interamente e lo coltivò, con tutte le forze dell’animo, poiché sapeva che esso arricchisce e vivifica e aspirava a quella ricchezza e a quella vita più che a esprimere con calma qualcosa di compiuto … [...]  

[...] seguì la via che doveva seguire con passo un pò pigro e ineguale fischiettando e guardando lontano inanzi a sé col capo reclinato da un lato ; e se gli accadeva di sbagliar strada , ciò era perché per certuni non esiste una strada giusta. A chi gli chiedeva che cosa intendesse fare di sé dava risposte diverse, perché come soleva dire (e l’aveva anche già annotato) egli portava in sé possibilità per mille modi di esistenza, insieme alla segreta consapevolezza che in fondo, si trattava di altrettante impossibilità … [...]

Tonio Kröger  (Thomas  Mann)

9 dicembre 2009

il quattrenne – dominio pubblico

Archiviato in: le uscite del quattrenne — Shannafra @ 22:42

oggi il quattrenne mi ha detto serissimo che devo essere molto felice di avere un bambino meraviglioso come lui perché :

1. lo ha detto anche il cameriere quello in giacca al ristorante cinese sabato anzi ha proprio detto ” se solo  tutti i bambini che vengono in questo ristorante fossero come te ”

2. lo ha detto la commessa in panetteria dopo che l’ho fatta ridere facendo le smorfie

3. lo ha detto la maestra alla materna e tu dici che devo sempre ascoltare quello che dice e poi mi vede tutto il giorno

hai capito allora, mamma?

2 dicembre 2009

Piangere?

Archiviato in: Senza categoria — Shannafra @ 12:54

Piangere? Aspettare.  Aspettare. Aspettato fino alla fine.
Creatura paziente, l’uomo. Creatura frenetica, l’uomo. Divorante, divorata creatura, l’uomo.

Elias Canetti

1 dicembre 2009

sigilli

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 10:10

Visto che ci sono stanze nelle nostre menti nelle quali  non entriamo mai senza scusarci, dovremmo rispettare i sigilli degli altri.

Emily Dickinson – frammenti in prosa

29 novembre 2009

attachant

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 20:08

Ci sono parole che non si possono tradurre da una lingua ad un’altra, per le quali non esiste un termine o una espressione che possa essere considerata equivalente e che contenga tutte le sfumature dell’originale.

Quando devo definire il sentimento che mi suscitano certe persone non mi rimane che ricorrere al francese “attachant”; “un type attachant” è una persona per la quale già dal primo istante si prova un sentimento di simpatia, di empatia e di tenerezza, come nei confronti di un figlio; in maniera istantanea si prova l’impeto paterno della protezione. Si pensa che se anche non facesse nulla per meritarselo in maniera particolare, per il solo essere candidamente come è e senza mai richiederlo si sarebbe portati a portargli aiuto in caso di bisogno o incoraggiamento per qualunque impresa.

L’essere attachant si guadagna così per suo magnetismo essenziale in un’unico colpo la stima, l’affetto, la dedizione di chi incontra senza generare invidie e sospetti e si lascia amare di un amore sincero e semplice.

Chi è attachant in genere non sa di esserlo e non usa in maniera opportunista questo fascino, è un innocente, un essere che dà la perenne sensazione di essere in qualche modo perduto e miracolosamente a galla nel caos del mondo suscitando benevolenza.

Non riesco a risolverlo con amabile, seducente, attraente,  gradevole o magnetico perché mi sembra che questi termini implichino una certa affettazione, una intenzione, una malizia che non coincide con il tipo umano che ho in mente, non si tratta di un fenomeno di innamoramento, di amicizia o di comunione di anime, è un’altra qualità, una qualità per me ancora intraducibile.

27 novembre 2009

linea 92

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 18:47

Nella folla dell’autobus mi avvicino per timbrare; ti intravedo seduto a pochi passi con gli occhi chiusi, dormi.
Mi cadono i guanti, in quello spazio esiguo guardo in giù: sono ai tuoi piedi.
Ci chiniamo insieme, me li porgi e sorridi, sorridi con quegli occhi grandi arrossati dal sonno, con l’intera tua faccia ruvida di peruviano dall’età indefinita. In quel sorriso vedo in un istante la tua gioventù, le tue speranze e la fatica di seguire un destino che ti ha portato lontano da casa in un autobus affollato a Milano.
Il sorriso si spegne, gli occhi si richiudono; il sonno ha la meglio, la città sfocata dalla nebbia sfila fuori dal finestrino.

24 novembre 2009

il quattrenne letture serali e polemiche grammaticali

Archiviato in: Senza categoria — Shannafra @ 12:10

i tre briganti
[...] “Era una bambina piccola e triste. Si chiamava Tiffany e stava andando a casa di una vecchia zia, perché era orfana” [...]

quattrenne: mamma, che vuol dire orfana?

mamma: vuol dire che non ha più la mamma e il papà …

quattrenne: ah, la vecchia zia era orfana?

mamma:  no edo, è la bambina che è orfana e sta andando dalla vecchia zia …

quattrenne:  e allora perché dicono che la vecchia zia è orfana?

quattrenne: non lo dicono edo, rileggiamo

[...] “Era una bambina piccola e triste. Si chiamava Tiffany e stava andando a casa di una vecchia zia, perché era orfana” [...]

quattrenne: a me sembra orfana la zia …

mamma: edo non ha senso, comunque se vuoi te la rileggo cambiando la frase

[...] “Era una bambina piccola e triste rimasta orfana e stava andando a casa di una vecchia zia” [...]

quattrenne: e Tiffany dov’è finita Tiffany? ora ho capito la zia forse si chiama Tiffany!

Alla fine, dissolta ogni certezza, ho avuto pena per questa vecchia zia Tiffany orfana di padre e di madre, chissà se anche per lei è tanto complicato leggere le favole la sera.

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