8 febbraio 2010

Quantomeno

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 16:11

A volte penso che nella mia vita sia un po’ tutto a rovescio, un amico dice che ci sarebbe materiale “quantomeno per un romanzo psicologico breve”. Quantomeno.

20 gennaio 2010

Si me quitaran

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 18:10

Si me quitaran totalmente todo
si, por ejemplo, me quitaran el saludo
de los pájaros, o de los buenos días
del sol sobre la tierra
me quedaría
aún una palabra.
Aún me quedaría una palabra
donde apoyar la voz.

Si me quitaran las palabras
o la lengua
hablaría con el corazón
en la mano,
o con las manos en el corazón.

Si quitaran una pierna
bailaría en un pie.
Si me quitaran un ojo
lloraría en uno ojo.
Si me quitaran un brazo
me quedaría el otro,
para saludar a mis hermanos,
para sembrar los surcos de la tierra,
para escribir todas las playas del mundo, con tu nombre
amor mío.

Alejandro Romualdo

12 gennaio 2010

il quattrenne – la mimesi

Archiviato in: Senza categoria — Shannafra @ 11:40

Al quattrenne piace la carne, quando si mette a tavola quasi sempre chiede “che bestia è questa?” e noi, pollo, coniglio ecc… l’altra sera dopo essersi sentito rispondere “vitello” si è lasciato scappare un vago “poverino il vitellino”, poi dopo breve riflessione, attaccando la bistecca ha aggiunto “vabbè però è anche colpa sua, potrebbe imparare a mimetizzarsi così non vedendolo non potremmo farci le bistecche”

argomento chiuso

11 gennaio 2010

S.Elia (3) Gli Asinatti

Archiviato in: Senza categoria, scrivo — Shannafra @ 16:44

U’ Cuticchio nel frattempo era andato in america con la famiglia in cerca di fortuna ma non aveva resistito; alla prima occasione aveva lasciato moglie e figli e tornato per una questione  da sbrigare in paese non li aveva più raggiunti.

Ora la sera in estate raccontava le storie d’america o meglio della cittadina di provincia in cui era atterrato catapultato da S.Elia e del lavoro in fabbrica (in factory, le “fattorie” come le chiamava lui). Aveva lavorato qualche mese in una “fattoria di scarpe” e ne conservava un ricordo terribile. Raccontava con timore ancora vivo della difficoltà per orientarsi nei luoghi e fra la gente, della paura che non lo aveva lasciato mai.
I ”bleq”,  i neri lo terrorizzavano, “mai prestare i soldi a un bleq, non li recupererai mai… e rischi anche di prendere tumpulate”; nei suoi ricordi tutto era grande, il freddo al di là di ogni immaginazione, ogni cosa ostile, la violenza e il sopruso sempre presenti, la nostalgia del paese insopportabile.

A quei tempi i miei genitori avevano trasferito a S.Elia la loro entusiasta passione per l’etnografia e avevano preso l’abitudine di registrare tutto quello che potevano sui nastri di un registratore “geloso”, il microfono lungo e cilindrico e la voluminosa cassettona con i tasti colorati era presente in ogni occasione; si registravano le canzoni, le poesie in dialetto, le preghiere dei vecchi, le storie del paese e quelle private, comprese quelle rocambolesche del Cuticchio. Il poveraccio mezzo ubriaco chiedeva a mia madre che gli teneva il microfono vicino alla bocca: “signora, ma questo cos’è ?”. E lei rispondeva con aria indifferente: “niente, non si preoccupasse, un bastone”. E così su quei nastri ancora oggi sono rimaste le storie del Cuticchio e di molti altri.

A volte melanconico raccontava di una misteriosa ed elegante signora palermitana che si faceva accompagnare a fare passeggiate in barca a remi. Nel suo ricordo idilliaco, la signora portava un cesto pieno di provviste e un fornelletto a gas; ad un certo punto del racconto lui elencava  estasiato i manicaretti che lei gli preparava approdati sullo scoglio dopo essersi abbandonata con lui a improbabili amplessi amorosi.

Il ritorno dall’america del cuticchio fece ideare alla mente perversa del “barbiere” il suo scherzo capolavoro.

Una sera, dopo una lauta cena abbondantemente annaffiata dal vino, il barbiere fece credere al Cuticchio di essere in possesso di un telefono portatile capace di metterlo in contatto con la moglie in america. Approfittando della scarsa lucidità del malcapitato gli mise in mano un Walkie Talkie e lo obbligò ad arrampicarsi sulla montagnetta vicino alla crocetta della Madonnina con il pretesto che lì il segnale sarebbe stato indubbiamente migliore.

Affacciato su una scogliera a picco sul mare il Cuticchio guardava incredulo l’apparecchio che aveva in mano quando improvvisamente sentì una voce gracchiare dal trasmettitore e volle riconoscervi la moglie. Più la voce gridava, lo insultava dandogli del buono a nulla, più lui rispondeva furioso: “svergognata che ci fai alzata a quest’ora?”,  “ma che tardi c’è il fuso orario cà è mattina scimunito”, “e buggiarda sei! io lo so che approfitti ca un ci sugnu per andare con gli altri”. I partecipanti al quel gioco del massacro facevano molta fatica a trattenere le risate ma nessuno riuscì a resistere quando il Cuticchio inconsapevole se ne uscì urlando con un geniale gioco di parole: “donna infame, una cosa non mi devi fare però, una cosa mi devi promettere, non mi devi fare gli Asinatti!! lo devi promettere, hai capito? mi devi dire: non ti farò mai gli Asinatti!”. Il timore del cuticchio era in definitiva uno solo, che la moglie lo tradisse se ne era fatto una ragione, ma che andasse con un “bleq” non era ammissibile, che tornasse in paese con un  figlio del peccato non riconoscibile per questioni di “onore” lo metteva in una tale confusione da fargli confondere muli con asini e mulatti con “asinatti”.

(segue)

8 gennaio 2010

una bella capocciata

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 19:14

‘Fanculo. Alla mia età non sono obbligato a stare al passo coi tempi. Quando guardo le pubblicità dei film dove compaiono un bambolone tenebroso e una sciacquetta con le bocce gonfiate, ciascuno dei quali prende dieci milioni di dollari a inquadratura, mai che alle loro facce riesca a appiccicare un nome. Ai miei tempi quando una donna diventava una star del cinema doveva girare in occhiali da sole e foulard, se non voleva essere fermata ogni due metri; adesso basta che si vesta. Già che ci sono, non ho idea di cosa significhino parole come “cuccare” o “wrappare”, né perché i giovani fighetti trovino così chic brucare erbacce al ristorante. Non sono on line, e non lo sarò mai.
Ma torniamo alla lettera di Boogie:
“L’umanità, con tutta evidenza imperfetta, non ha ancora concluso il suo ciclo evolutivo. In un prossimo futuro, magari solo per comodità, i genitali dei due sessi saranno al posto oggi occupato dalla testa, e le bevute, sempre meno necessarie, le faremo sotto la cintura. [...] Tanto il brutale ‘fottere’ quanto il più delicato ‘fare l’amore’ lasceranno il posto alla ‘capocciata’ e a frasi tipo ‘Oggi passeggiando per la Fifth Avenue ho incrociato una bona pazzesca, e le ho dato una bella capocciata.”

Mordecai Richler, La versione di Barney

Istruzioni per rendersi infelici

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 14:43

“Da un essere umano, che cosa ci si puo’ attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco persino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…” Queste parole uscirono dalla penna dell’uomo che Friedrich Nietzsche considerava il più grande psicologo di tutti i tempi: Fëdor Mikhailovič Dostoevskij. E tuttavia esse esprimono, anche se in forma piacevole e convincente, ciò che la saggezza popolare conosce da sempre: nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici.

Paul Watzlawick da Istruzioni per rendersi infelici

21 dicembre 2009

S.Elia (2) La Peppa

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 16:58

selia-mareL’autobotte, mandata dal vicino comune di Santa Flavia con cadenze imprevedibili, arrivava all’ingresso del paese annunciata dallo strombazzare del claxon e anticipata dalle grida dei bambini e delle donne, prendeva pericolosamente la rincorsa in una delle ripide discese del paese e iniziava la distribuzione dalle case del lungo mare.

L’autista srotolava e dirigeva il lungo tubo dalla bocca larga, alternando il riempimento dei bidoni portati a mano con quelli grandi posti davanti ai portoni e alle persiane delle porte finestre sugli stretti marciapiedi. Arrivato davanti casa nostra chiese dove fossero i bidoni, mia madre indicò l’interno della casa, l’uomo entrò, senza interrompere il flusso dell’acqua, attraversò l’ingresso, la camera da pranzo fino alla cucina e in bagno dove riempì i secchi davanti a tutti noi schierati, sbigottiti e senza parole mentre il fiume d’acqua invadeva le stanze, quando ebbe percorso anche la strada opposta continuando ad annaffiare l’intera casa ci si rese conto che il liquido a terra era di colore marrone, pieno di terriccio e leggermente vischioso come  la peggiore acqua di fondo di pozzo immaginabile, non protestammo, sarebbe servita almeno da sciacquone e, per i meno schifiltosi, a lavarsi.

Le famiglie si ricordavano a turno di preparare una stecca di sigarette per l’autista dell’autobotte a titolo di cortesia e di ringraziamento, in caso contrario il rischio prevedibile era che passasse troppo tempo fra una distribuzione e l’altra.

L’acqua per bere e cucinare bisognava procurarsela altrove. Quando si faceva visita alla nonna nel paese vicino in cui le case erano già dotate di cisternette sul tetto il programma includeva bagno capelli, bucato e riempimenti. Fra una visita e l’altra ci si accontentava di docce fatte in strada in costume con una brocca a testa al ritorno dal mare.

Quando qualcuno ci chiedeva se avessimo bisogno di qualche cosa la risposta era una sola: acqua. Nè parenti né amici si presentavano a farci visita se non provvisti di apposito bidoncino da almeno 10 o 20 litri.

A poco a poco nonostante i disagi e abbassando molto le nostre esigenze igieniche quotidiane si instaurò una scanzonata atmosfera vacanziera e nei ricordi di quegli anni  di mia madre dominano gli accenti positivi e divertiti su quelli negativi.

I nostri vicini erano tutti degni di nota e i bambini numerosissimi. In particolare legai con una bambina della mia età di nome Peppa  (non più di 4 anni all’epoca) e con un bambino di nome Giovanni di cui ricordo il moccio al naso perenne e che aveva preso il vizio di sbaciucchiarmi continuamente. Giocavo con loro tutto il giorno in casa e fuori nonostante le apprensioni di mia madre che mi voleva sempre a portata di sguardo e così per molti anni a venire. I giochi prevedevano corse, arrampicate, inseguimenti e indimenticabili e affollatissime partite a nascondino su un campo da gioco che includeva quasi tutta la parte bassa del paese.

Ad ogni graffio pretendevo piangente un cerotto, mia madre esasperata mi prendeva di peso, mi sedeva sul tavolo da cucina, spremeva mezzo limone sul ginocchio sbucciato (con la assoluta convinzione che fosse un efficace disinfettante) fra le mie urla, appiccicava un cerotto e mi rimandava fuori. Ben presto mi chiamarono “signorina cerottino”; di certo mi distinguevano anche  le mie scarpette di gomma poiché nei miei ricordi fra gli altri bambini non c’erano piedi calzati.

Peppa era magra, selvaggia e biondissima, i capelli corti da maschio tagliati a scodella per impedire i frequentissimi pidocchi, ed era fra le più piccole  di una famiglia molto numerosa. Il padre di Peppa era chiamato “U’ Cuticchio” e in paese era un noto scansafatiche, come la maggioranza degli abitanti di S.Elia era pescatore, di lenza e di lampara, ma in compenso molto più assidua e fedele risultava la sua frequentazione della bottiglia; spesso, la sera, mentre i suoi colleghi si preparavano a partire caricando reti lenze e montando remi, lo si trovava in spiaggia dove scrutando l’orizzonte con la faccia aggrottata e scuotendo la testa sentenziava: “brutto tempo questa sera, maroso” che ci andate a fare? non si pesca” e, unico prudente, rimaneva a terra.

Le prime volte mio padre, appassionato pescatore subacqueo, ascoltò serioso l’appello e rimase a terra, poi la notte si sentivano gli insulti e le urla del Cuticchio quando, ubriaco al ritorno dal circolo trovava sprangata la porta di casa. A volte la moglie gli permetteva di dormire nel pollaio. Con gli anni cominciò a lasciare chiuso anche quell’ingresso e spesso all’alba, al rientro, gli altri pescatori lo trovavano addormentato accartocciato sul fondo di una barca.

Mia madre prese l’abitudine di mettere spesso un posto a tavola per Peppa a casa nostra nel dubbio fosse l’unico suo pasto della giornata. Le piaceva molto stare da noi e, tornata a casa la sera raccontava divertita ai fratelli e alla madre che in casa  tenevamo le riviste “sporche” (annate residue di ‘Epoca’ o ‘l’Europeo’ che papà portava dal lavoro) con in copertina ragazze per allora provocanti.

Tutti avevano un soprannome a S.Elia: le intere famiglie, come i singoli individui. Le persone di rilievo erano insignite del prefisso Don, chi era riconoscibile per un mestiere veniva chiamato con quell’appellativo; da Palermo venne a passare i mesi estivi a S.Elia un signore che veniva chiamato “il barbiere”: gli piacevano la tavola, il vino e le risate e imbandiva grandi cene all’ombra dell’albero vicino al muretto durante le quali organizzava scherzi grandiosi. Alcuni di questi scherzi, la cui vittima spesso era “U’ Cuticchio”, diventarono oggetto di famosi racconti ripetuti all’infinito nella mia famiglia.

(segue)

18 dicembre 2009

S.Elia (1)

Archiviato in: scrivo — Shannafra @ 14:58

s.eliaSua madre aveva resistito; per anni il marito aveva tentato di convincerla a prendere una casetta in quel posto che gli piaceva tanto:  il paesaggio, la genuina atmosfera del paesino di pescatori, l’aria buona per le bambine insomma una forma di villeggiatura. Ma lei no, irremovobile, quel posto lo odiava e mai e poi mai sarebbe andata a vivere anche solo per qualche mese l’anno in una stanza al piano terra in mezzo a quelle persone note in tutta la zona per la loro arretratezza, senza l’acqua, senza niente e sola, a lavorare in casa  mentre ovviamente il marito sarebbe stato  al lavoro tutto il giorno. Già si vedeva in un inferno di corvèe circondata da figli, sorelle, cognati, nipoti, relativi fidanzati e amici che si sarebbero riversati da loro attratti dai piaceri del mare. La sua idea era chiara: con gli anni in paese qualche piccolo privilegio da signora lo aveva ottenuto e  mai e poi mai avrebbe fatto un passo indietro nella sua segreta battaglia per quelle che considerava briciole di emancipazione. Non cedette mai e ogni volta che si riprendeva il discorso lanciava una delle sue famosissime occhiate oblique e definitive: le bambine avrebbero preso  il calesse e al mare, allo stabilimento, ci sarebbero andate da casa tornando alla sera in paese, in un contesto “civile”.

La figlia invece, alla fine degli anni 60′, quando il marito animato dalle migliori intenzioni le propose la stessa identica prospettiva, con la scusa che il dottore aveva consigliato l’aria di mare alla figlioletta di due anni e motivata anche da sincera passione politica e sociale pensò che quella sarebbe stata una occasione vera per fare una vita semplice e sana in armonia con la sua famiglia circondata da gente del popolo (quello vero) partecipando concretamente alle difficoltà quotidiane. Non solo non si oppose a prendere una piccolissima casa in affitto nello stesso paesino sul mare rinunciando a qualunque comodità, ma ne fu addirittura entusiasta.

Il suo entusiasmo non scemò né quando si accorse che la casa era stata intonacata a calce usando l’acqua di mare il che provocava una surreale nevicata quotidina di calcinacci dal soffitto sui pavimenti e su tutti i mobili né quando scoprì che si era affannata invano a fare installare un lavandino in cucina che si sarebbe rivelato del tutto inutile: l’acqua corrente in quel luogo, passati 30 anni, non era ancora arrivata.

Il suo compagno era entiusiasta; si sarebbe dedicato alla pesca subacquea, al mare, all’aria aperta. Era presissimo da tutti i preparativi del caso: ogni giorno il gioco lo divertiva di più, sarebbe stata una vita perfetta e selvaggia lontani dalla grigia fredda e nebbiosa milano per almeno una paio di mesi l’anno.

Certo, il problema dell’acqua c’era ma non bisognava preoccuparsi; comprati i necessari bidoni, ogni paio di giorni sarebbe venuta una autobotte a distribuire. Ad aspettarla ci si sedeva sul muretto sotto il grande albero a fianco alla fontanella che non aveva mai funzionato la cui vasca era piena ormai di foglie e bacche secche.

(segue)

15 dicembre 2009

Fumo

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 14:17

I miei polmoni sono pieni del fumo della tua assenza

Raymond Carver

14 dicembre 2009

Tonio Kröger (cit.)

Archiviato in: leggo — Shannafra @ 10:26

[...] L’esperienza gli diceva che quello era amore. Ma benché fosse perfettamente consapevole che l’amore gli avrebbe procurato gran pena, tormento e umiliazione, che inoltre avrebbe distrutto la sua pace e riempito il suo cuore di melodie, senza permettergli la quiete necessaria a definire la forma di una cosa, a trarne con calma qualcosa di compiuto, nonostante ciò egli l’accolse con gioia , vi si abbandonò interamente e lo coltivò, con tutte le forze dell’animo, poiché sapeva che esso arricchisce e vivifica e aspirava a quella ricchezza e a quella vita più che a esprimere con calma qualcosa di compiuto … [...]  

[...] seguì la via che doveva seguire con passo un pò pigro e ineguale fischiettando e guardando lontano inanzi a sé col capo reclinato da un lato ; e se gli accadeva di sbagliar strada , ciò era perché per certuni non esiste una strada giusta. A chi gli chiedeva che cosa intendesse fare di sé dava risposte diverse, perché come soleva dire (e l’aveva anche già annotato) egli portava in sé possibilità per mille modi di esistenza, insieme alla segreta consapevolezza che in fondo, si trattava di altrettante impossibilità … [...]

Tonio Kröger  (Thomas  Mann)

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